Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/179

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116 ODISSEA

Sola rimase la figlia d’Alcinoo: ché Atena le membra
le preservò dal terrore, coraggio nell’alma le infuse.
Ferma gli stette dinanzi.. E Ulisse ondeggiava fra due:
se della vaga fanciulla stringesse i ginocchi, e pregasse;
o se pregasse cosí da lontano, con dolci parole,
che la città gl’indicasse dov’era, che vesti gli desse.
Questo, a pensarci, dunque, gli parve il partito migliore:
che la pregasse cosí da lungi, con dolci parole,
ché non dovesse adirarsi, sentendosi stretta ai ginocchi.
E le rivolse queste parole soavi ed accorte:
«Io ti scongiuro, o signora. Sei forse una Diva? O una donna?
Ché se una Diva tu sei, di quelle che in cielo han dimora,
io t’affiguro alla figlia di Giove, ad Artèmide casta:
nella statura, nei tratti sei quella, ed in ogni tua forma.
Ma se una donna tu sei di quelle che vivono in terra,
deh!, fortunati tre volte tuo padre e la nobil tua madre,
deh!, fortunati i fratelli tre volte: ché troppo i lor cuori
di contentezza per te dovran tuttodí giubilare,
quando essi veggono un tale germoglio spiccarsi alla danza:
ma piú beato fra tutti, beato nel cuore, quell’uomo
che, prevalendo coi doni, ti possa condurre al suo tetto!
Ché creatura mortale né uomo né donna a te pari
mai non vider questi occhi. Ti guardo, e m’invade timore.
Vidi a te simile, in Deio, vicino all’altare d’Apollo,
un ramoscello di palma che nuovo sorgea dal terreno;
ed anche allor, mirando, stupore percosse il mio cuore,
ché mai tale vermena sbocciata non era dal suolo,
come anche adesso, o donna, stupisco, t’ammiro, e non oso
stringer le tue ginocchia. Terribile doglia m’opprime.
Ieri scampai, dopo venti giornate, dagli ebbri marosi;