Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/25

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XXVI PREFAZIONE


E se usciamo, come Ulisse ed i suoi compagni, da questo porto sicuro, e ci volgiamo verso la terra ferma, ecco la scogliera di Posillipo, tutta incavata di grotte. Ma nessuna è quella di Polifemo, ché ad esse non riesce possibile l’approdo.

Ulisse dove approdare li vicino, alla rada della Gaiola, dove pendii di tufo, che di gradino in gradino tagliano la scogliera sino al mare, conducono alla grotta del Ciclope, che, sebbene trasformata da costruzioni recenti, è sostanzialmente uguale a quella che vide Ulisse.

E nei dintorni, troviamo ancora i pini di cui parla l’Odissea. E la generica disposizione consente la costruzione di cui parla Omero: anzi la grotta è tuttora quasi imprigionata (peridédmeton) da un alto recinto di pietre piantate nel suolo, di pini e di querce alto chiomate. C’è anche grande abbondanza di lauri in tutti i dintorni, sebbene non proprio dove li vide Ulisse, intorno alla bocca, ora tutta fiorita di ginestre.

Usciamo ora, come Ulisse, dalla fatale caverna, saliamo nuovamente sulla nave, rivolgiamoci ancora a Nisida: e subito ci appariranno i due scogli immani lanciati dal Ciclope. Sono le due Guglie, l’una a N. O., l’altra a S. E. dell’isoletta: rocce sbriciolate, senza stabilità, quasi oscillanti, che sembrano quasi dover crollare agli urti dei flutti. Non tanto rocce emergenti dalle onde, quanto, dice il Bérard descrivendo una d’esse, cime di montagne lanciate in mare da un Ciclope furibondo.

L’Isola d’Eolo. L’indice del nome è qui sicurissimo. I particolari dell’avventura d’Ulisse sembrano invece quanto mai fantastici.

Vagante era quell’isola. Attorno un gran muro di bronzo
la circondava, infrangibile, e lisce muraglie di pietra,