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210 ODISSEA

     Cosí mi disse. Ed io risposi con queste parole:
«Tiresia, i Numi stessi tramaron cosí questi eventi.
Ma dimmi questo, adesso, rispondimi senza menzogna:
io della madre mia già spenta qui l’anima veggo,
ed essa presso al sangue sta senza parola, e sul figlio
non leva pur lo sguardo, a lui non rivolge parola:
dimmi, signore, come potrà riconoscer suo figlio».
     Cosí dissi; ed ei pronto rispose con queste parole:
«Una risposta ti posso dar súbito; e tu nella mente
figgila. Della gente defunta chiunque tu lasci
giungere a bere il sangue, può dirti veraci parole:
a chi tu lo contenda, dovrà senza motto ritrarsi
     Ora, poi ch’ebbe cosí pronunciati i fatidici detti,
tornò F alma del prence Tiresia alla casa d’Averno,
ed io fermo colà rimasi, finché sopraggiunse
mia madre, e il negro sangue fumante bevette; ed allora
mi riconobbe; e, piangendo, mi volse l’alata parola:
«Come sei giunto, o figlio, tra questa caligine buia,
vivo tuttora? E ben arduo, pei vivi, veder questi luoghi:
ché per lo mezzo vi sono gran fiumi ed immani canali:
l’Ocèano, innanzi tutto, che facil non è traversarlo,
chi debba muovere a piedi, chi solido legno non abbia.
Forse da Troia qui dopo lunghi giorni d’errore,
con la tua nave, coi tuoi compagni sei giunto? Toccata
Itaca ancor non hai, non hai vista la casa e la sposa?».
     Cosí mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Necessità, madre mia. m’addusse alle case d’Averno,
ch’io consultar dovevo Tiresia, il profeta di Tebe;
ché giunto ancor non sono vicino all’Acaia, né piede
sulla mia terra ho messo; ma vado soffrendo ed errando