Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/299

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238 ODISSEA

ecco ben presto giungemmo all’isola sacra del Sole.
Erano quivi belle giovenche dall’ampia cervice,
e molle pingui greggi del Sole che in cielo trascorre.
Ecco, ed ancora nel mare, sin dentro la cerula nave,
delle giovenche pascenti nei campi mi giunse il muggito,
ed il belar delle pecore; e allor mi tornarono a mente
dell’indovino di Tebe, del cieco Tiresia, i responsi,
e della maga Circe, che tanto m’avevano ingiunto
ch’io l’isola schivassi del Sole che allegra i mortali.
Ed ai compagni allora, col cruccio nel cuore, parlai;
«Datemi retta, compagni, sebbene già tanto soffrite,
ch’io di Tiresia vi dica, del cieco indovino i responsi,
e della maga eèa, di Circe, che tanto m’ingiunse
ch’io l’isola schivassi del Sole che allegra i mortali.
Dunque, oltre l’isola, via, spingete la cerula nave».
     Dissi. Ma quelli in petto sentirono frangersi il cuore;
ed Euríloco queste parole astiose mi volse;
«Sei pur crudele, Ulisse! Perché tu sei tanto gagliardo,
che non ti stanchi mai, che sei tutto impastato di ferro,
neppure ai tuoi compagni, spossati, che cadon dal sonno,
tu non permetti che a terra, nell’isola scendano, dove
lauta potremmo imbandire la mensa; e c’ingiungi che, ancora
stanchi, voghiamo cosi, per la notte che scende veloce,
lungi dall’isola, fra la caligine fosca del mare;
e nella notte i venti si levano a strugger le navi,
impetuosi. E chi sfuggirebbe alla fine funesta,
se sovra noi, d’un tratto, giungesse una furia di venti,
di Noto, ovvero l’aspra di Zefiro furia, che pure
contro il voler dei Numi possenti, distrugga le navi?
No, si rispetti adesso la notte e la tènebra, a terra