Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/303

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240 ODISSEA

Ma se un castigo non hanno che agguagli lo scempio commesso,
io mi sprofondo nell’Ade, la luce comparto ai defunti».
     E gli rispose Giove che i nuvoli accumula, e disse:
«Sole, comparti pure la luce ai Signori d’Olimpo,
ed alle genti mortali, sovressa la terra feconda:
ch’io con la folgore ardente ben presto la rapida nave
colpirò, sminuzzerò in mezzo al purpureo ponto».
     Queste cose io le udii da Calipso, la diva ricciuta
che le sapeva, mi disse, dal duce di spiriti Ermete.
     Dunque, come io raggiunsi la nave e le rive del mare,
a tutti, uno per uno, rivolsi rampogne; ma vano
era cercar rimedi; ché morte eran già le giovenche.
Ed i Celesti ad essi mostrarono presto prodigi:
serpean le pelli, le carni muggivano, crude o già cotte
sopra gli spiedi, lagni s’udivano, come di bovi.
     E si cibaron per altri sei giorni i diletti compagni
con le giovenche pingui del Sole, che avevan predate.
Quando il Cronide, infine, fe’ sorgere il settimo giorno,
ecco, ed il vento infine cessò di soffiar la procella.
Súbito noi la nave salimmo, sul mar la spingemmo,
l’albero alzammo, sovr’esso spiegammo la candida vela.
Ma quando lungi eravamo dall’isola già, né pareva
terra veruna allo sguardo, nuli’altro che il cielo ed il mare,
ecco, il figliuolo di Crono sospese una nuvola azzurra
sopra la nave; e di sotto il pelago oscuro divenne.
Né lungo tempo corse la nave; ché súbito giunse
Zéfiro furioso, con l’urlo d’un turbine immane,
e la procella del vento dell’albero entrambi gli stragli
spezzò: l’albero cadde, gii attrezzi qua e là sparpagliati
furono in fondo alla nave. E l’albero, a poppa piombando