Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/51

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LII PREFAZIONE


E i limiti del mondo reale sono angusti alla fantasia del poeta. Egli ascende all’Olimpo, si sprofonda nel regno delle tenebre. Le leggende germinate in epoche remotissime e fluttuanti in forme vaghe, di progenie in progenie, nella mente degli uomini, trovano nell’Odissea una forma mirabile, definitiva. La Nékyia è senza dubbio piena d’interpolazioni. Ma poi, quante meraviglie! Vediamone almeno una:

E poi Tàntalo vidi, che spasimi orrendi soffriva,
entro un padule immerso, che il mento giungeva a lambirgli.
Languiva egli di tele, né un sorso poteva gustarne:
ché, quante volte il vecchio, per ansia di ber. si chinava,
tante, assorbita l’acqua spariva; e d’intorno ai suoi piedi
negra la terra appariva: ché un Dio la rendeva risecca.
Ed alberi fronzuti gran copia di penduli pomi
gli profondevano attorno, granati, dolcissimi fichi,
pere soavi, mete, con verde fiorita d’ ulive.
Ma quante volle il vecchio tendeva le mani a ghermirli,
tante lanciava il vento le rame alle nuvole ombrose.

E questa spontanea aspirazione alla universalità s’appiglia e imprime il sigillo del suo stile anche all’invisibile mondo dei concetti.

Noi moderni difficilmente riusciamo ad intendere che cosa fosse per gli antichi la gnòme, la sentenza etica. Non esisteva allora né una scienza né il concetto d’una scienza psicologica o etica; e le gnòmai erano la icastica espressione di tutta la saggezza umana, come s’era venuta accumulando di progenie in progenie. Erano il viatico spirituale d’ogni uomo intelligente.

E noi tutti, né sappiamo né potremo sapere mai che