Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/54

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

PREFAZIONE LV


È luogo comune affermare che la obiettività dei poemi omerici sia tale e tanta da mascherare completamente la personalità del poeta.

E se si vuole intendere che, non parlando mai Omero di sé stesso, il suo poema non ci dice nulla intorno ai dati materiali della sua vita, siamo d’accordo.

Ma se si vuole intendere, e credo molti intendano cosi, che attraverso agli esametri dei due poemi non si riesce a scorgere neanche un piccolo lembo della grande anima omerica, allora io mi chiedo se alcun altro poeta abbia mai svelato altrettanto sé stesso nelle sue opere. E che altro mai è quella magica atmosfera, quella luce soprannaturale che circonda tutti i suoi personaggi, tutte le sue scene, se non il riflesso della sua anima? Chi favella, per bocca di Achille, di Nestore, di Ulisse, se non Omero stesso, che distribuisce fra i suoi eroi prediletti le convinzioni ch’egli ha sulla giustizia, sulla santità, sull’amicizia? E le figure bieche, Tersite, Antinoo, Melanzio, che altro sono, se non le immagini del male, col rilievo e col risalto che assumono, quando si rispecchiano in un animo retto, per virtú della sua reazione?

E quale mai testimonianza potrebbe illuminare il carattere del poeta meglio del divino episodio del cane Argo? La povera bestia riconosce dopo venti anni il padrone; e impotente a muoversi, abbassa le orecchie ed agita la coda. E l’eroe che attraverso a mille pericoli mortali ha temprato il cuore come una spada, rivolge il capo e nasconde una lagrima.