Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/187

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186 ODISSEA

gli scivolò per terra la spada: e piombò su la mensa
barcollante prono, rovesce mandò le vivande
e la profonda coppa, batte’ nell’angoscia di morte
la fronte contro il suolo, scalciando con ambe le piante
fe tentennare il trono, su gli occhi gli corse una nebbia.
Tratta la spada affilata, Anfinomo allora d’un balzo
contro l’eroe s’avventò, se forse il magnanimo Ulisse
retrocedesse dal varco. Ma prima Telemaco giunse,
che lo colpi fra le spalle, da tergo vibrando la lancia,
si che dal petto gli usci la punta di bronzo. Piombando
fece un rimbombo; e la faccia percosse aspramente la terra.
Subito lungi balzò Telemaco, infítta lasciando
la lunga lancia nel corpo d’Anfinomo: tanto temeva
che se la lancia estraesse, qualcun degli Achei con la spada
lo trafiggesse, vibrando su lui, Cosí curvo, un fendente.
A corsa si spiccò, fu súbito accanto a suo padre,
e stando a lui vicino, parlò queste alate parole:
«O padre, ora uno scudo ti porto con due giavellotti,
ed un elmetto di bronzo, che bene alle tempie s’aggiusti,
e d’armi tutto anch’io mi copro, e ne reco al porcaro
altre, ed altre al bovaro: ché meglio sarà ripararsi».
E gli rispose l’accorto pensiero d’Ulisse, gli disse:
«Portale, corri, finché mi restano frecce a difesa:
che non dovessero infine sbalzarmi dal varco: son solo!»
Disse: del padre udi le parole Telemaco; e pronto
su ne la stanza corse, dov’erano l’armi fulgenti:
quivi dai rostri spiccò quattro scudi con otto zagaglie,
con quattro elmi di bronzo dai fitti cimieri di crini;
e Cosí carico giunse in un attimo presso a suo padre.
Egli per primo si cinse di bronzo per tutte le membra.