Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/70

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CANTO XVI 67

«Ospite, io ti dirò, senza nulla detorcere, il vero:
meco adirato non è lutto il popol, né odio mi porta,
né dei fratelli mi lagno, nei quali fidare è pur fora
nelle battaglie, quand’anche ci fosse grave contrasto:
ché d’uno in uno Giove propaga la nostra famiglia.
Arcisio generò, suo solo figliuolo. Laerte:
Laerte padre fu soltanto d’Ulisse; ed Ulisse
me solo figlio in casa lasciò, ché non ebbe a godermi.
Per questo dentro casa mi trovo i nemici a caterve,
quanti lo scettro reggon di tutte queste isole in giro,
di Samo, di Dulichio, di Zante coperta di selve.
E quanti hanno dominio ne le balze d’Itaca alpestre,
tanti pretendono sposa mia madre, e mi struggono i beni.
Essa le nozze odiose né sa rifiutar, né s’induce
pure a compierle; e quelli divorano tutto, e in rovina
mandan la casa; e presto sapranno anche me fare a brani.
Ma sta sulle ginocchia dei Numi l’evento futuro.
Ora su via, babbo mio, va presto a Penelope scaltra,
e dille ch’io da Pilo tornato son qui sano e salvo.
Frattanto io qui rimango. Tu, dato l’annunzio a lei sola,
torna qui: degli Achivi niun altri lo deve sapere:
no: perché molti sono che vanno tramando i miei danni».
E tu, porcaro Eumèo, rispondevi con queste parole:
«Lo so, tutto capisco: tu parli a chi bene t’intende.
Ma questo adesso dimmi, né torcer parola dal vero:
se dar debbo l’annunzio — ch’è tutta una strada — a Laerte
misero, che, finché piangea per la sorte d’Ulisse,
pure, attendeva all’opre dei campi, ed in casa coi servi
quando ne aveva brama, mangiava e beveva; ma ora,
dal giorno che tu a Pilo sovressa la nave movesti.