Pagina:Omero minore.djvu/49

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46 INNI OMERICI 251-280

     Apollo qui, che lungi saetta, balzò da la nave,
e un astro parve, a mezzo del giorno: ché a sciami faville
sprizzarono da lui, ne giunse il fulgor sino al cielo.
Nei penetrali poi s’immerse, fra i tripodi sacri,
ardere fece una fiamma, rifulgere fece i suoi strali,
ed un bagliore inondò tutta Crisa. Levarono grida
alte le spose, le belle fanciulle eleganti di Crisa,
per l’avvampare di Febo: fu invaso ciascun dal terrore.
Poscia, di qui volò nuovamente alla nave, veloce
come un pensiero, ed uomo sembrava fiorente e gagliardo,
pubere appena, sparse le chiome sugli omeri saldi.
E si rivolse a loro, col volo di queste parole:
«O stranïeri, chi siete? Di dove per l’umide strade
fate la rotta? Per che bisogna? O vagate sul mare
alla ventura, come predoni che vanno errabondi,
la lor vita esponendo, recando malanni ai foresti?
Ché ve ne state qui, tristi tristi, né a terra scendete,
ché non mettete giù gli attrezzi del negro naviglio?
Eppure, usa cosí, fra quanti manducano pane,
sempre che approdino a terra dal mare, col negro naviglio,
dalla stanchezza affranti; ché subito l’anima loro
gran desiderio invade del pane di dolce frumento».
     I cuori confortò nei petti, con queste parole;
e a lui diede cosí risposta il signor dei Cretesi:
«No, stranïero, tu non somigli davvero ai mortali
d’aspetto, non di forme: somigli ai Beati Immortali.
Salute a te, fortuna, ti diano i Celesti ogni bene.
E dimmi il vero, ch’io lo sappia, di ciò che ti chiedo:
che terra è questa? che gente? quali uomini qui fan soggiorno?
Ché noi verso altra mèta gli abissi del mar solcavamo,