Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/228

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del chiabrera 215

Voìgonsi i Duci, e In di gloria altero
La bella Italia a rallegrarne andrai.

Ma pria che tu diparta, reco ritorno
A te Tancredi, ed al tuo cor pietoso
Chiedo quella inerre, che in ogni tempo
Altrui comparii, e che già mero usasti.

Tu nell incendio dell'afflitte mura,

Ove io vissi rema, in mezzo il sangue

l epido di seguaci e di parenti,

Di me piangesti, e dall’orror di morte
Mi conducesti alle miglior speranze.

Si trinerebbe di me, che mi porgesti
La destra invitta, e ti mostrasti vago
Men di vittoria allor, che di clemenza
In quel momento, a non tenermi ancella
D'aspre venture, c mi credei, che in vano
Di tanto vincitor questa mia vita
Non dovesse esser mai solo felice.

Ala sè longc da te sola rimango,

Nulla è di me. Tolti mi sono i regni,

Il padre estinto dalle vostre spade,

La genitrice sul Sion sepolta.

Per tal modo deserta in Oriente
Alcun luogo non ho dove ripari.

Dunque, o pregio d’Europa, o pregio all’armi,
Intento sempre a sollevar gli oppressi,

Segui tuo stile, e me con te conduci,

Se non vuoi per consorte, almen per serva.
Non sia peccalo appresso i cor gentili,

Onde rEsperia gloriosa abbonda,

Donna salvar, che al nascer fu reina.

Ma se di feritale alcuno bia&mo
Dannerà gli atti di pietale, allora
Dir gli potrai, come piagato a morte
Giacevi in Siria, e che sull’ore estreme
La sfortunata Erminia ti soccorse;

E che ertale ferite ella li chiuse,

Nè ti fu scarsa delle proprie chiome.

Cosi «liceva, e da’begli occhi intanto
Versava onde di lagrime correnti
Sulla neve del petto, ed a Tancredi
Novella doglia alle sue doglie aggiunge;

E di quella dolente alto sospira,

E s^co pensa; indi risponde al fine:

11 nobil sangue, e lo tuo stato acerbo,

E la chiara virtude, onde il sostieni,

E seco il pregio della fresca etade
Non lascerebbe il cor, benché feroce,

Se non molto piegato a’tuoi deliri.

Or che debbo far io, che se » isgnardo

il chiaro So>e, e se quest’aure gndo,

'lutto, Erminia, mi vien per la lua manoV
Ilisco non ha, non ha temuta impresa
Nell’Universo, che per farti lieta,

Vincerla e superarla io non presuma.

Ma degli amori miei, che altrui son specchio
D'altrui miseria vo’parlarti alquanto.

Poiché nell empio assalto, ove esser vinto
Era mio bene, io vincitor rimasi,

INe per quinci fuggir, rni era concesso
Romper la vita abbominato, io diedi
Pegno di fede a'cavalier, che in terra
Non saria donna, ond’io vivessi amante;

Non più servir per amorosa legge
Slato è mio vóto: e se rivolgi in mente
L'arte crudele, onde io pur dianzi amai.

Di tcco soggiornar non sarei degno.

Ma perche per mio onor lieta ritorni,

Ed abbi i regni già perduti, e quale

10 pur mi sono, o lungo il grande Arasse'

0 sovra il Nilo, o pur vicino al Gange,
Non paventar, ti troverai regina.

Certo non lascerò tua nobil fronte
Senza corona. Così disse alzando
La destra verso il cielo; e feo sicura
La bella donna di sue gran promesse.

Ed ella mesta, e di morir già vaga,

China r umide ciglia: indi sospira,

F. poi soggiunge: Se venir non deggio
Teeo in Italia, prenderò consiglio
Meco medesima ; e fermerò là. dove,

E non mai che soletta, io mi dimori.

Più non diss’ella, e ratto il piè rivolse,

E rivolgendo in sè l’aulico stato,

Onde è caduta, e la miseria estrema,

Che pur le avanza, e la speranza spenta,

E la via chiusa a’desiosi amori,

Fa di più lunga vita empio rifiuto.

Dunque non alle tende, anzi si atlretta
Ver le foreste solitaria, e schiva

1 campi impressi da vestigio umano.

Colà ricerca, e colle ciglia intente

Va per aspre pendici, e va per monti
Nociv’erbe cogliendo, ond' ella preme
Licor temuto di mortai veneno;

E poiché presti a sua mortai vaghezza
Ave gli atri aconiti, ella s’adagia
SulPcrtna terra, e di una quercia al tronco
Appoggia i fianchi travagliati, e seco
Di sè stessa dolente a parlar prende:

Già non credea tra’miei furor nemici
Raccoglier tal pietà del buon Tancredi;

E che eletta dal cielo a darli vita
Con queste mani, io poi dovessi indarno
Chiederli refrigerio a’miei dolori.

Lieta Clorinda, ed a ragion felice,

Che partita dal mondo ancora ti ama.
Misera Erminia, a cui, perchè non viva,

11 giusto invilo dell’amor li niega.

Or se per me nel mondo altro che affanno
Non è rimaso, e se di doglia in doglia
Devo i giorni menar sopra la terra,
Ricerchisi qui dentro alcun conforto.

Così disse ella, e le purpuree labbra
Del tosco asperse, e quell’orrido suco
Mandò nel petto a saziarne il core.

Indi la bella tosta alquanto inchina,

E sulla bianca man posa le tempie,

li nel sereno cielo il guardo affisa :

Come nocchier, che per la noi te oscura,
Chiuso da foschi nembi il legno adduce
A scogli, mentre egli sperava il porto;

Ben alto ei geme, e sospirando accusa
L’aspro voler, pur nell’angoscia attende
Forte a soffrir l’inevitabil morte:

Cosi T inclita vergine attendea
Con saldo cor della sua vita il fine :

E quando ella vien men, quando s} accorge,
Che l'alma trema per volarseli tu ore,
Scioglie dall’aureo crin candido velo,

li la pallida faccia indi ricopre;

Poi rammentando i posseduti regni