Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/233

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


220 poesie

V

LA LOTTA D' ERCOLE, E DI ACHELOO

ALLA SEUEUISSIMA G! AM DUCHESSA 01 TOSCAKA

VITTORIA DELLA ROVERE.

Unqua non fu, elio foniminil beltau
Non fosse giogo per uman desire
Soavemente, e che struggendo in foco
Di due ciglia sereno un cor leggiadro,

Non chiamasse dolcezza il suo mari irò:

Fama ne canta: ed io dirò quel solo,

Che dentro della mente oggi in’ inspiri,
Scuotendo Euterpe colla man di rose
La di canore corde armata lira.

Alta Donna dell’Arno al re compagna,

Del cui scettro sì pregia il mio Parnaso»

Non mi sdegnar' picciolo rio s’affretta
Dimessamente mormorando, c pure
Ricco di tanti fiumi, il mar l’accetta.

Io, se cantando in sul vicino Occaso,

Fossi qual cigno, spanderei per P aura
L’ inclito nome de' vostri avi eccelsi,

Quegli, per cui Metauro almo risuona,

Ed i Pastori in Vatican già sacri,

Ond’ usa il volto serenar Savona.

Ma che? d' ogni valor varcando i segni,

Ad onta dell’obbh'o, lungi da Lete
Vincono morte, e della morte i regni.
Dunque scherziamo, or che Piroo focoso'
Sotto l’astro Nemeo tanto s1 avanza :

Ecco ne chiama d1 Aganippe 1’ onde,

E l’aura fresca del Parnaso ombrosa»

Di Calidonia governò P impero-
Un tempo Eneo, e trascorrea ben chiaro

Il nome suo per la reai possanza ;

Ma nulla men gire il faceva altiero
Lunge, cd appresso la bellezza eccelsa
Di Dejanira singoiar sua figlia:

Ella avea d’oro il crin, d’avorio schietto»
La tersa fronte, e per celesti rose
La fresca guancia rispléndea vermiglia;
Purissimo candor di porle elette
Erano i denti, cd avventava sguardi
Nell'altrui cor di Citerea saette.

Quinci spronati dal des/r non furo
Sommi campioni a desiarla tardi
Sotto 1’Esperò ciel, sotto I’Eoo.

Fra gli altri Alcide, e lo spumante in corso
D’acque celebratissimo Acheloo.

Costui non pur per onde era possente,

Ma cotanto da Giove ri fu gradito,

Che a sua posta cangiar pote;i sembiante,
Ed ora farsi loro, ora serpente.

Per colai pregi divenuto ardilo,

Propose dimandar l’inclita sposa:

Adunque move a ritrovare Eneo,

E vi giuugea, che a far gli stessi prieghi
Ivi apparta l’ Anfitrioni' prole.

Giocondo Eneo gli raccoglie entrambo,

E ben tosto gli adagia in seggio d’ oro,

Ed indi dolce la sentir sua voce:

Quali per me venture oggi son queste,

Che repentinamente entro a’ miei tetti
Veggio posar sì gloriose teste?

Qui tacque, ed Acheloo le labbra aperse:

Se dee l’uomo il godere alma beliate
Recarsi a gloria, il ci mostrò palese
Colui, che tuona, e I1 Universo scuote,

E gli allri Numi co1 ben spessi esempi.

E però mio pregar non paja si ratio,

0 ben scettrato, e fortunato Eneo,

Ma prontamente le mie brame adempì:

Di me che deggio dir? non ti si asconde
Lo stato mio: quanto teneri trascorro
Etti palese, e Ira che belle rivo;

Fiume non corre ai mar con si bell’ onde,
Clic ardisca porsi innanzi a’ vanti miei;

Ma pienamente io mi dirò felice,

11 mi dirò, se lu vorrai, che io goda
Di Dejanira tua gli alti imenei.

Sì disse, e quel suo dir forniva appena,

Ch’ Ercole udendo inacerbì sembiante,

E subito crollava ambe le tempia,

Fuoco gli corse il sangue entro ogni vera
Per forza IP ira, e con sì fatti accenti,

Nel re fissando gli occhi, ci fé' sentirsi:

Che costui posto tra i Signor dell’acque
Aggia suo luogo, a contrastar non prendo;
Ma, ch’ei s’ agguagli col fìgliuol di Giove,
Con alcuna ragion non può soffrirsi,

Ma superbo parlar scherzo è ilo' venti:
Usciamo in campo, e facciam prova in lotta;
Chi fornito sarà di men possanza
A nou tropp’alto destare impari,

E di gioir nell’ ara mirabil tetto
Non più dia nutrimento a sua speranza.

Sì, disse Alcide, c dallo sguardo acceso
Fiammeggiava di là dal modo usato.

Subito Eneo ad ambedue rivolto
Fece ascoltar la sua reai parola :

Sentenza non vo’ dar sul vostro sL'tto,

Ma già non tacerò, che la mercede
Dirittamente si dispensa allora,

Che per lo morto del valor si chiede:

Sì, disse, e tacque il re. Subito sone
A quel parlar V Antilrionia prole,

E si discinse, in.li gettò da lunge
L’orrida spoglia «li leon Nemeo;

Nè prima il fiume Calidonio scorse

I nervi, I’ ossa e 3e massiccio polpe,

Che della sua sventura ebbe sospetto;

Ma pensando alle frodi, orninogli abbonda,
Pur tenne franca la speranza in petto;
Quinci moatrossi nudo, e coll’arena
Impolvera le palme, o fòrtemente
Su1 piè si pianta, e l’avversario guarda.

Non perde tempo il buon fìgliuol d’Alcmena,
Anzi s’avventa, c colle mani invitte
Ambo lo braccia all’ inimico afferra.

1 Tre volte il crolla, cd a sè forte il traggo,

E fece si, ch’egli baciò la terra.

Levossi intorno di diverse voci
Tuono festivo, ma nel cor dolente
Per li vantaggi suoi pensa Acheloo.

Dunque sul campo, meraviglia a dirsi 1
Di squame s’ arma, e sibilò serpente,

D’ acerbo tosco rigonfiava il collo,

Balteva i fianchi colla coda immensa,