Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/246

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del chiabrera 233

Lo folte fogli f> suoi sospiri invia
Zefiro vago .ii!;» diletta Clori.

Nc meno a sera, « sul mattici discioglic
Note più chiare Filomena, e porge
Alto diletto co’«cavi accenti.

Che direm di cosici? piange soc Moglie
Per I.» memoria liciti antichi affanni?

0 d’amoroso ardor sfoga i tormenti?
Meraviglia non sia; poi clic nell’onde
Impiaga i pesci, c negli erbosi campi
Non lascia gregge Amor, che noti soggioghi,
Né sull'alpe animai, che non avvampi.

Per entro il seno a si gentil foresta,

('ni fi contrasto in van. quanto nc scrive
Intorno agli orli del Signor Fcace
1/ antica fam i, o sulle Tempo Argive.
Tomleggia «li colonne un doppio giro,

Marini di l'aro; e si rinchiude in loro
Onda, cui fa sentici lunga caverna,

A cui non scalda il Sol quando più ferve
] corsi opachi» ed i cui tersi argenti
Limpidissima Nujade governa :

Sotte colonne da scarpelli industri
Senili son vasi peregrini, e quivi
D'infinita beltà serbatisi fiori:

Croco, giacinto divenuti illustri
Per lo favoleggiar del buon Permesso,

E r orgoglioso, clic sprezzava i preghi

IV Ei'co dolente, e sulla chiara fonte
Acquistò moite i« vagheggiar sè stesso;
Vago ditello a riguardar. Nè meno
Danno diletto alimi piante straniere:

Altra sorse nei regni dell' Aurora,

Tepidi liti, e rimirò siccome
Al mattutino Sol I'umida Teli
Con la cerulea man lava le mole;

Altra venne di là, dove rimira
Elice bella carreggiar Boote.

E sul nuovo terreno appien cortesi
l)i lor bellezze ogni stagton fan lieta :
Sprezziti del verno i duri oltraggi, e sanno
Alloggiar Primavera in strani mesi:

Nè questo pregio è quivi sol ; più grande
Narrarne io vo’: fi a le colonne bau poslo
Mille canne di bronzo, onde si eigne
Il pelaglieli©, e dalle tene canne
Umida Ninfa inverso il ciel sospigne
Ben mille chiari ruscelletti: allora
Par che sottile si dispieghi un velo,

Cui se perente il Sol. rimiri un’Ili,

Ch’Iri si vaga non adorna il cielo;

Ma la bella onda di’ avventassi in alto
Trabocca in giù piogge minute c ciliare,

Per cui tulio increspando il sen d’argento
Vedesi ribollir quel picciol mare;

Stanza a’mortali disìabil : certo
Chi può qui dimorar quando cocente
Sfavilla il giorno, ei d’ogni ardor disprezzi
Ogni spavento; e chi di cure ingombro
A sì bel suon può trapassar le notti,

D’aspre vigilie non avrà tormento,

Si uell’acqua de’fonti ci si trastulla,

E scherza Cosmo al Ciel diletto, e desta
Nei corlesi strauier dolce stupore.

Ma nell’acqua dei mari egli non scherza;
Alza l’antenne, c fulminando in guerra
enuBRr.tu, testi

| 1 barbarici petti empie di orrore :

Cara falica alle Castalie Dive,

Per cui d’altiere corde armano cetra
l)a sonarsi d’Asopo in sulle rive.

Però qui taccio, ed alla vista io torno
Dei regj laghi: nel vivace argento
Non spiacevole carcere, si pasce
Franco dagli ami, e non paventa relè
Ui muti pesci uno squamoso armento:

E qual volando per gli aerei regni
Tessono giri, in lor cammin confusi,

Augei dipinti, io guisa tal guizzando
Quivi ad ognor le nalaliici schiere,

Per le liquide vie fan labcrinti.

( uivi ha non manco, anzi più cara sede,

Che negli stagni del C«istro, c solca
11 non salato mar turba di cigni :

Essi fanno cammin, col largo piede
Lenti remando, e sul ceruleo piano
Srmbrano navigar carchi di neve,
j Nulla temendo dello sguardo umano :

Ed a ragion, chi tenterebbe oltraggio
Dell'auree Muse a «i gentil famiglia?

Quando credersi dee oh' a sì belle acque
Scendano assai sovente, alracn velate,

Non degnando di sè mortali ciglia;

Io qui per certo una nc vidi un giorno;

E che ciò fosse il mi dicea suo canto,

Che le cose del eicl molto somiglia.

Nel più riposto sen dell' onde terse
Siede Isoletta : cd ella serba in grembo
Loggia, pure a mirar, stanza di regi;

Conila il furor delle stagioti perverse
i Sostengono colonne altiero tetto,

Libici marmi ed artifici egregi :

Qui donna io scorsi delPelà sul fiore
Bruna le chiome, c su Dedalea cetra
Faceva risonar noie soavi
Con vario canto, e rallegrava il core:

Ella dicea le meraviglie antiche
Del grande Aliante, c celebrava il duce
di'a gir per Paria, c su Nettunj regni
Di forti piume si ciugca le piante:

Cantava gli orti, ove fiori a tesoro
Ch’ altrove in orto non mirò Pomona,

Singoiar pregio delle Esperie genti;

E rammentò, eh' a ben guardarne il varco
Vegghiava eternamente angue feroce
Con losco rio di formidabil denti.

Quivi l’inclita donna alzò la voce,

E disse lieta: il regnator dell’Arno
Tesor non ama, eh’ a terribil mostro
Sia dato in guardia: ei con la man cortese
Espone agli altrui voti alla ricchezza,

E sempre intento ad immortai virtude
L’ arene d’ Ermo, c di Pattato sprezza.

A questi detli rischiararon Tonde

I lor cristalli, e sulla piaggia intorno
Tutte vedeansi rinverdir le fronde :

Fuggian le nubi, e per lo ciel sereno
Più che mai traacorrcano aure gioconde.