Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/252

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del chiabrera 239

I/orfanella raccor siccome figlia;

Quinci la a Berecintia, eil ella,

poiché crebbe in bellezza cd in ctade,

Usò chiamarla Primavera a nome;

E se mai Febo il fiammeggiante carro
Tronno allontana, Berecintia invia
Costei, clic da viriti lo riconduca;

Però se vegghi, e se tu poni agguati,

Esser non può giammai, che non la miri.
Più non parlò la neghittosa donna:

Allora il Verno di vederla ardendo,

La bella celebrata attese a! varco;

Ed ella un giorno indi passò: splendeva
.Sua gioveiitute, ed era bianca il petto,

E bruna gli occhi, e sulla guancia neve
Fiorfa di rose, e biondeggiava il crine:

Ma cui labbro perdeano ostri di Tiro:
Lieve volgeasi, c di color contesta
V.i»j la gonna: e sulle terse chiome
Spargeva odor vaga di fior ghirlanda;

E di fior nembi seminava intorno
La man leggiadra: ove fermava il piede
Verdeggiava la piaggia, c mormorando
Battevano le piume aure serene,

E farcan crespi, c via più freschi i rivi.

A tanta vista di bellezze il Verno
Meraviglioso riscaldò le vene,

E dolcemente le ficea lusinga:

() bellissima Ninfa, in cui rimiro
Pregi si grandi, che mirarli altrove
Fia vana la speranza, ove t’invìi?

Arresta il corso, ohe passando innanzi
Troverai campi polverosi, ed ore
Cocenti si. che struggeransi i fregi,

Di che t'infiori. Orlo narrar, che ’l Sole
Quinci Olirà alberga col Leon Nemeo,

E spande fiamme: ah non li tinga il viso,
Ed al puro camlor non faccia oltraggio:
Vientcne alla mia reggia, ove mai Febo
Non vibra i raggi suoi, che non sian cari;
Né cosa verrà men, eh'a tua beliate
Quivi si drggia, e che di te lìa degna.

Non non Principe vii: Là sotto l’Orse
Ilo largo Impero, e su per Paria regno
Ben largamente ; uso frenare i fiumi
Celando i loro corsi; eccito i veliti,

E fo svelte cader Palle foreste,

E posso sollevar P onde marine
lutino al cielo. El si gridava, ed ella
liatla fuggia, né pur miioilo in viso;

Ed e.i sprezzato, di sè stesso in bando

l ei mossi alquanto, indi rivolse il piede
Al chiuso luogo delle sue dimore.

Ivi pensoso, e da'desiri oppresso

«.li orchi rinchiuse, ed ecco a lui Morfeo,

Figlio del sonno, se ne vien volando.

Costui per P ombre rielle nulli oscure

Ama «li dileggiar le menti altrui

Con varj scherzi, ed or sembianza prese

Dell’ alato fìgliuol di Citerea,

Ed al Verno tlicea queste parole:

Che fai tu fra le piume? i miei fedeli
Deono come guerrieri esser ben desti:
Sorgi, sorgi oggimai ; la bella Ninfa
È governata per le man dell’ Anno
Come sci lu : vaitene a lui volando

JE fa tuoi preghi; egli è Signor cortese,

Né lascerà gir vóti i tuoi desiri.

Cosi gli disse, e dispiegò le piume
Foitemente ridendo, e quei si scosse,

E ripensando alle parole udite

Fece Borea chiamare, ed ei sen venne;

Allora gli diceva: Voglia mi stringe
Di pervenire alla magion dell’Anno,

Ma per calle si lungo i piedi ho lenti:

Portami tu colà, che sei fornito
Di molte penne : immanlenente il prese
Borea sul tergo, ed assai tosto il pose
Dell’altiero palagio ir: sulla soglia:

Era tondo il palagio; immensa mole:

Partito in quattro alberghi, cd ogni albergo
Avea tre stanze; il primo era smeraldo,
il secondo piropo, il terzo splende
Insieme d' oro, e di smeraldo, il quarto
Parca candida perla, e bel zaffiro.

In questi almi soggiorni, ampia famiglia,

Più che trecento trascorrean sergenti,

Come di snella cerva il pie veloci ;

Ed ognuno, a contarsi alto stupore!

Mezzo biancheggia quasi neve, e mezzo
È quasi pelle d’ Etiopo oscuro:

Fra costor passa il Verno, e trova l’Anno,

E gli 81 inchina, indi cosi favella:

Se maggiori rii me non fosser presi
Nella rete <P Amore, io sarei lento
A leco raccontar gl’ineendj miei:

Ma chi non sa di Dafne, e rii Siringa?

Chi non <P Europa ? e di costoro alcuna
A Primavera non s’adegua in pregio;

Non certamente, io se «li lei ni’ accendo,

Di hiasmo no, ma rii pietà son degno,

Però degna miei preghi; c tu, clic puoi
Fa, che giocondo nelle fiamme io viva ;

E dammela consorte. Ei sì diceva,

E con sospiri interrompeva i detti.

A cui P Anno pensoso diè risposta
Posatamente : è verità, eh’ io reggo
Non men clic te la Primavera, o Verno ;

Ma regger vi deggMo con quella legge
Che’l Creator dell’Universo impose:

Clic vai cercando tu ? vostri desiri
Foran sempre diversi; e vostri parti
Forano mostri: bassi a guastare il mondo
Per condurre ari effetto un tuo pensiero?
Pensa più saggiamente. Ei più non disse,

E quasi dispregiando il tergo volse;

Ma verso i regni suoi fece ritorno
Afflitto il Verno : ivi sdegnoso il petto
Altro non sa trattar salvo baleni,

Salvo tempeste, e le sue rabbie sfoga
Infuriato con procelle orrende.'

Deh chi schermo ne fa da’ suoi furori
Quando imperversa? oh per miei carmi, o Corsi,
Alla salute tua non fosse acerbo,

Corsi, fra i nomi del mio cor diletti,

Antico nome ; ed onde mai non sento
Invecchiar nel mio cor la rimembranza.