Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/258

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del chiabrera 245

Per Anfitrite raccogliesse ardori :

Ma di le, gran Signor, nulla memoria
Parnaso feo, come di Re, che sempre
Stassi sepolto in tenebrosi orrori,

E che della beltà sprezza la pioria :

Ed è per verità gran meraviglia,

Signor sì grande non trovar diletto
Dentro un bel viso, c nel felice lume
Di duo begli occhi non fissar le ciglia.

In che le volgi tu? forse di Aletto
T’invogliano le serpi ? c di Megera
Gli angui annodati tra’ sulfurei crini?

E di Tesifone atra il fiero aspetto?

Oh ìc tu miri inni vergine altiera
Per bellezza mirabile : se mai
I)’ una fronte genlil miri il sercoo
Di viver sol qual pentimento avrai?

E se fosse allo vile, c fosse indegno
licitate amar, non amerebbe Giove,

Nc men Nettuno: hacci maggior possanza?
Questi nel mare : c quei nel cielo ha regno:
Ma se nel petto tuo vaghezze nuove
Or vuoi mutare, ed ad amar ti volgi,

Diman sull' Alba, appo le rive d' Etna,

Beltà vedrai non mai veduta altrove:

Di Berecintia la figliuola quivi

Andrà soletta: oh buon Plutone, oh quale

Allo conforto, e qual piacer t’ aspetta,

Se quella di te degna alta sembianza,

0 Plutone, a rapir tu metti Pale?

Ella adegua Giunon se non 1' avanza
Cosi parlò 1’ Iniquità. Plutone
Dentro pensoso si commosse, e disse :

Facciasi rii veder l'alta bellezza,

Onde favelli, e ricerchiamo in prova
Quali siano d'Ainor Falle dolcezze
Sarò col Soie ii? sulle rive d'Etna,

K r orme seguirò de 1 gran fratelli.

Tacquero a tanto: c delP ombroso inferno
Al fier governo egli rivolse il core:

Ma la donna crudel .si mise a volo,
t' di quanto Pluton fermato avea
Diede notizia, e ne fé' saggio Amore:

Ho fin qui travagliato, e s’altro avanza
Da farsi, e tu comanda, ella dicea.

Amor le rende grazie, indi aoggi unge :

Donna del regno, c della mia possanza
Tu non «ei vaga, <• però buon consiglio
Sembra al mio cor, che In ne viva lunge:
Vanne dov< l’aggrada: e com detto
Ei pensa ni modo di domar Plutone.

N< pria la bella Aurora in Oriente
Facendo scorta al Sol, di fresche rose
Si compouea sul crin vaghe corone,

Ch’ei pensa all’opra: a sè chiamò lo Scherzo,
Jl ltiso, il Gioco, singoiar famiglia;

E dove Proserpina ave sua stanza,

Colà gli spingi su sonore corde
A far co'snelli piè Dedalea danza.

La verginella a quel genlil rumore
Fuore usci dell' albergo, c per diletto
Moveva le belle orme appo coloro,

Che la tracan, dove voleva Amore.

Era il re dell’abisso in riva d’Etna
Già pervenuto; e s’avvolge.! d'un nembo,

Che altrui lo nascondea, ma scnaa orrore;

E quando scorse la real fanciulla,

Per Amor si piagò dell’aureo dardo,
Forte così, che di menar la vita,

E ili gioirne, senza lui fu nulla.

Come regio falcon, che volge il guardo
Conira augellin, così Pluton si avventa
Verso la bella donna, e via la porta.

Ella straccia le chiome, c si lamenta,

Ma P amator la placa e la conforta ;

E eh’ ei regna sotterra, e che di Giove
Egli è degno fratello ei le rammenta :

O bellissima vergine, sopporta,

Egli dicea, questo improvviso oltraggio,
Come segno d’amore: Amor m’ ha spinto
A fuore uscir del mio superbo impero,

E in' ha spinto a fornir tanto viaggio:
Torniti a mente, che da Amor fu vinto
Un tempo Giove, adunator di nembi,

E per Europa trasformossi in toro,

E via la trasse dal paterno albergo:

Ella per entro il mare ebbe spavento,

E sospirò dell' amator sul tergo,

Ma poi felice si condusse in Creta:

Ivi de’ danni suoi la prese obblio,

E non a torto, che di prole eccelsa
Sovra ciascuna madre ella fu lieta,

Or per te così fia dell’ amor mio.

Tu rei’na sovrana, a te lo scettro
Porrassi in man di un’infinita gente,

E di te fornirassi ogni desio;

Dell' universo sulla terza parte
Senza contrasto l«; sarai possente:
Asciuga il pianto, rasserena il volto:

Ab che son troppe le querele sparte.

Per sì fatta maniera ei la consola,

E dolce la vezzeggia, c de’ begli occhi
Ei terge le rugiade, e dalle rose
Di quella bocca alcuni baci invola,

Per così falle vie tutte amorose
Ei la conduce ne i profondi campi,

E coro tipi la di real ghirlanda,

Ed in seggio onorato ei la ripose.

Ciò rimirando Amor, lieto la fronte
Lieto i begli occhi, e le fattezze lieto,
Ratto si mise a volo, e si condusse
Sopra le piagge dell’etereo Polo;

Colà bravando alzò la voce, e disse:

Dove è P ardir dello sfacciato Momo?
Motno dove è? dove è? questa faretra
Pur dianzi il petto al gran Pluton trafisse
Tacciasi Momo, ed ogni lingua taccia:

Al valor di quest’arco alcuna meta
Nè si prescriverà, né si prescrisse.

Tanto vantossi, e per quella alla Corte
Bocca non fu che favellare ardisse.

Si fatta impresa mi dettava Euterpe
Lungo P altiero Tcbro, ove pensoso

Io sospirava la riviera d’Arno,

Saggia Isabella : or fanue il cor giojoso,

O Donna, in ascollar ciò che ridico:
lìidi in leggendo; c se nou d’altro, lidi
Delle sciocchezze del Parnaso antico.