Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/262

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del chiabrera 249

Era quivi a mirar l'aspro tormento
Fuor degli abissi, regione oscura,

Tetro un dcmon> clic a ciascun’ ora intento
Di Scio In pene, cd i dolor procura:
I/cmpio s' immaginò del corpo spento
Totersi suscitar strana ventura,

E col martìr del giovinetto morto,

Tórre all’isola bella ogni conforto.

Quinci su dal terreo le membra ci toglie
Stillanti ancor nella mortai ruina ;

Indi verso Bizanzio il volo ei scioglie,

Che presentarle al genitor destina:

Su quel punto Giaficr tutte sue voglie
Volgeva a trastullar sulla marini,

A piè d’un monte, che con verde eterno
Ogni oltraggio di Sol prendeva a scherno.

Nel più sublime giogo, altiera mole,

Stanza di marmo singoiar splcndea,

Che quando sorge, e quando cade il Sole,
Correr per Tallo i suoi destrier scorgca;

I\la se scherza placato, o come ci suole,
Giammai freme Ncltun per P onda Egea,
Veggonsi di colà, viste soavi,

Solcar gioconde, o travagliar le navi.

L’altc spalle del monte orridamente
D’ogn' intorno ricopre ampia foresta ;

Ma per indusire calle agevolmente
Quelle erme balze il peregrin calpesta ;

E nel gentile orror doppio torrente,
Bagnando il bosco, di sonar non resta,
Finché tra’«assi ripercosso ei posa
Nel gran seno del mar 1' onda spumosa.

Cotal godeasi per quella alpe oscura
Dolce diletto ; ma del mare in riva
Agli utsani piacer pronta natura
Per entro lei larga spelonca apriva:

Quivi sul suol, come cristallo pura,

Acqua gorgoglia di fontana viva,

E folta serpeggiando edera intorno
Di corimbi coprii l’ ampio soggiorno.

Quindi del queto mar Penda d’ argento,

Allor che a’ lidi lusinghevol viene,

Vedeasi, ad ascoltar dolce concento,

Lavar gli scogli, e raggirar P arene;

Vedeasi a schiere lo squamoso armento}

E quando trascorrcano aure serene
Sotto il volo leggior potea mirarsi

Il pelago viciu lutto incresparsi.

Qui dalla turba popolar lontano
E dal fasto real prcndea diletto
GiafTer superbo, c seco aveva Orcano
Di segreti pensier ministro eletto;

Ed a costui cosi parlava: Osmano,

Clic tanto è dire, il cor di questo petto,
Come vaghezza giovenilc il prese,

Mosse cercando peregrin paese.

Ila sei volte la Luna in ciel rivolto

11 carro, ed egli appaga il suo disio,

Ma senza vagheggiar quel caro volto,

Io giammai non appago il disir mio :

Varie terre ha trascorse; ed ora ascolto,
Circi lietamente fa soggiorno in Scio;

Nc perchè io scriva, cd a tornare il preghi,
Veggio, clic al mio pregar Panimo pieghi.

CHIAMERÀ, TESTI F.C.

Tu va colà, dove ei nc mena i giorni,

E digli, che io per lui pena sopporto;

Però subitamente a me ritorni,

E renda al vecchio padre il suo conforto:
Ciò detto impon, che duo begli archi adorni,,
Ed un si rechi a lui brando ritorto,

Ove sull’oro, e stille gemme sparte
Vegghiò di Siria e di Bizanzio P arte.

I ricchi arnesi con piacevol ciglio
Consignolli alla man del messaggiero,
Acciocché poscia dati al nobil Piglio,

Se n’allegrasse il giovenil pensiero:

Ed ceco a consumar l’empio consiglio,

Vien dalPatro Acheronte il menzognero,

Che lamentando con uman sembiante,

Il laceralo Osman potigli da vanto.

E dice: In Scio, per ingiustissima ira,

Hanno condotto a tal questo innocente:
Mira lo strazio dispietato, e inira
Se devi otliar la scellerata gente ;

Poscia qual nube in ciel se Borea spira
Al forte soffio, se ne va repente:

Tal dagli occhi dolenti il Itero mostro
Torna alle fiamme del Tartareo chiostro.

Allor che forza di crudel tormento
Nel tristo cor? che sentimento avesti?

Come piangesti tu? sul figlio spento,

Giaficr infelicissimo, clic fesii?

Straceiossi i crini, c gli disperse al venlo,

E sul petto inondò pianti funesti,

li tPintorno a quei monti, od a quei Iiii

Fea risonar sospiri, anzi ruggiti.

Forsennato, gridava, e chi ti spose
Sul fior degli anni a miserabil sorte,
Osmano? onde le piaghe sanguinose?

Per qual cagion cosi condotto a morte ?

0 guance, o labbra già rubini c rose,

Io sceglieva per voi degna consorte,

Ma se P ha preso in giuoco il ciclo avverso
Nelle miserie mie tutto converso.

Poteva pur sui mare, e fra lo sdegno
Di colante procelle anzi allogarmi,

Che viver tanto; o difendendo il regno
Del signor nostro, traboccar fra Panni :
Oggi dunque a finir mio strazio indegno
Almcn s’apra la terra ad ingojarmi;

O discenda dal ciel fulmine ardente
A tonni questa vita egra e dolente.

Ove ho da fermar gli occhi? in (piale aspetto,
Misero me! qual rimirar sembianza?

E che ornai più nel mondo alcun dilelto
Trovar mi «loggia, ove rimati speranza ?

O del grande Ottomano alto ricetto,

E di tanti Baroni inclita stanza,

Addio restate, ogni allegrezza c gita :

Un antro oscuro ha da fornir mia vita.

Mentre il cordoglio a disperarsi il guida,

E la forza del duol sì mal sostiene,

Che fino al ciel manda sospiri, e grida
Abbandonato nelle proprie pene;

Ecco tinba di servi a lui più fida
Piena d’affanno, e di pietà seri viene,

E di porgli conforto ivi s’ajota,

Ma tolto di sè slesso egli il rifiuta.