Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/405

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dere un pasto, perciocché l'altro si fa troppo grasso; non bere freddo, ma fresco; e non innamorarsi di vino dolcissimo, perciocché egli vizia il fegato da cui poi è viziato lo stomaco. Nè mi si dira che sono gravi imprese: la sanità é la più bella dama del mondo, e per suo amore ogni cavaliere dee sostenere ogni qualunque pena. Delle cose di Roma io non posso salvo lodare sommamente la sua prudenza: il modo ch'ella tiene, lo può fare giocondo: ma giù non può mai porlo in tristezza. Io soglio meco dire in simili occasioni con Dante, Ben se traggono a colpi di fortuna. Rimane il particolare della poesia: io sento i miei errori con l'error di V. S., se pure amare la maggior gentilezza che sia fra gli uomini puossi chiamare errore. Non fu mai uomo più destinato! alla poesia di me, nè uomo che per condizion di suo stato dovesse meno appigliarsi a lei: e pure per prova sento che sarei senza lei vissuto dolente, là dove con esso lei sono vissuto lieto e giocondo. È buona scorta la natura: mille si sono risi di me, i quali tutti io stimo come porci in brago. Che domine si vuole, salvo vivere e lasciar segno elio si è stato in vita? La carta m'abbandona, e però dico, che é da vivere secundum genium. Io mi mantengo melanconico che non sono costì; caetera lactus. A V. S. ec.


al medesimo.


Che fai tu? Dirollo schiettamente: io mi sono posto in seggio di giustizia, e fammi venire innanzi i miei componimenti, e contro loro formo querele, e secondo le loro risposte, o sode o vane, io do sentenza. Alcuni nè mando alle forche, alcuni libero per grazia, alcuni mando in bando: simile sentenza ho usata sopra le Canzonette che vengono a V. S. Per altro la loro vanità non mi dispiace, se saranno trattate come da cantarsi; ma i miei anni non soffrono ch'io le tenga appresso, e considerando che riguardano gli anni giovanili, e che vogliono la gentil compagnia della musica, io loro do confine nelle mani di V. S., mettendole innanzi se, pensando a tutto, potasse senza vergogna e senza peccalo raccomandarle ad un giovinetto signore e vago di musica e pieno di gentilezza ed amico di onore. Si fatto è senza dubbio il signor Agostino Pinello. Se a V. S. non dispiace la salute di cotali ciancie, elle averanno ottenuto per un supplizio mortale una gloriosa salute. Siamo in novelle di spavento: che domine fia con questo Marte? bene a ragione Omero fa che Giove gli lava la testa siccome ad un briccone. Sentesi movimento di Francesi contro Milano: cosa gravissima. Perciocch'ella è di gran momento potrebbe svegliare il cuore alla pace di coloro, i quali posti sono nel mondo da Dio grandissimo per beare le genti, ed essi le conturbano intieramente. Sia loro perdonato, ed a noi. Del rimanente io non sono molto gagliardo, nè anco ho male ninno: m'incresce; ma i libri i mi tanno giocondissima compagnia. Quando ai tempi freschi io potrò camminare, ricrearommi a' miei Padri di san Giacopo; di presente il pensiero e la memoria mi fanno felice portandomi a Fassolo, ove dimorano tante cose a me carissime. E qui facendo fine, le ricordo alcuna volta scrivere. Al signor Sanseverino e al Grimaldi bacio le mani, ed a tutti faccio riverenza.

Di Savona, li 20 Agosto 1635.


al medesimo.


Gran piacere hammi fatto V. S. col ben ricapitare la lettera del signor Agostino Pinelli, il quale mi ringraziò nobilmente di un dono che per verità non gli donai. Cercherò bene tra' fogli se avorò cosa non indegna da farsi leggere, acciocché chiunque leggerà sappia che io fui conosciuto e conobbi questo sì gentil giovine. Vengono le Egloghe non affatto da disprezzare, quando consideri che si composero per onorare e dar nome alla villa; ed a dame e cavalieri basta quella sciocchezza rappresentata per farli ridere. A chi si diletta di poesia forse potrà dar diletto la favella tanto dimessa quanto chiamala il personaggio, nel che fa stimalo sovrano Teocrito. I Latini troppo si sollevarono; i Toscani non sempre tennero uguaglianza, dico del Sannazaro; i Padovani furono eccellenti; ma usano la favella con la quale non iscrivesi. Ora qualunque chi siam elle se ne vengono, ed io per cotal modo vado smorbando il mio erario. Siamo sul fine delle vendemmie con caldi estremi, i quali ci promettono pioggie, dietro le quali doveranno venire le tramontane col freddo, ed io mi vado apprestando al verno ed al vivere incarcerato nel mio alberghetto. Ben potrebbe essere che non potessi schifare un viaggio, e venire a trovarvi. Il desiderio mi tira, ma d'altra parte le stanze costì sono troppo signoreggiate dall'aria fredda, ed io averci bisogno di un forno. Tuttavia io non ho cerio nessuno pensamento, e discorro meco, che ciascuno ha la sua sorte assegnata. Io sono confinato in patria, ove veramente non meno la vita volentieri; ma dimorare in Genova io non posso, essendo obbligato alla casa qui in patria: sicché durum, sed levius fit patientia quid quid corrigere est nefas. E però diamoci al bere fresco. Bacio le mani agli amici, e faccio riverenza alle mie signore.

Lì 4 d'Ottobre, 1635.


al medesimo.


Le lettere di V. S. tutte mi sono venute in mano, e purché si diano a marinai savonesi, quasi non possono perdersi. Piacemi che il conte l'esti sia per venirsene, col quale io mi raffronterei volentieri, e per quanto discorro, meglio mi verrà fatto di passaggio in Savona; perchè se egli non tocca qui, come vedrollo in Genova ove egli non é da credere che si fermi? Ed alloggiando in Bisagno, pure mi abbandona la speranza; però goderò nella occasione che mi si presenterà migliore. Vengo