Pagina:Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini - Tomo 2.djvu/123

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di una storia vera. 115

presso le porte sono due fontane, dette Nonsisveglia e Tuttanotte. Le mura della città sono alte, e variamente colorate come l’iride. Le porte non sono due, come disse Omero, ma quattro: due guardano verso il campo della pigrizia, una di ferro, un’altra di mattoni, per le quali entrano ed escono i sogni terribili, micidiali, crudeli; due verso il porto ed il mare, l’una di corno, l’altra, onde noi passammo, d’avorio. Entrando nella città si trova a destra il tempio della Notte: questa, fra tutte le divinità, è quivi adorata, ed il Gallo, il cui tempio sta presso il porto. A sinistra sta la reggia del Sonno, il quale è re, ed ha due satrapi e vicarii, lo Sconturbato figliuolo di Nascivano, e l’Arricchito figliuolo di Fantasio. In mezzo la piazza è una fontana detta l’Assopita, e vicino due templi dell’Inganno e della Verità; nei quali è il sacrario e l’oracolo, e per sacerdotessa che spiega i sogni la Contraddizione, alla quale re Sonno ha dato quest’onore. Il popolo de’ sogni non era d’una razza e d’un aspetto, ma quali erano lunghi, dolci, belli, piacevoli; altri piccoli, duri, brutti; altri tutti oro e ricchi; altri poveri e meschini. Ve n’erano alati, e di strane figure: e di quelli vestiti sfarzosamente, alcuni da re, alcuni da dii, ed altri con altri ornamenti. Ne riconoscemmo parecchi, che già vedemmo nel nostro paese, i quali ci vennero incontro, ci salutarono, come suol farsi tra vecchi amici, ci presero per mano, ci vollero ospiti, e fattici addormentare, ci trattarono con grande sfarzo e splendidezza, e ci promisero di farci re e satrapi. Alcuni ci condussero anche nelle nostre patrie, ci mostrarono i nostri, e lo stesso giorno ci ricondussero. Trenta giorni ed altrettante notti rimanemmo tra essi dormendo e scialando: dipoi all’improvviso scoppio d’un gran tuono svegliatici, e levatici in piè facemmo provvisioni, e partimmo.

Il terzo dì giunti all’isola Ogigia, dismontammo: io primamente sciolsi i legami della lettera, e la lessi: diceva così: «Ulisse a Calipso salute. Devi sapere che io quando mi partii da te su la zattera che io m’avevo costruita, feci naufragio, ed a pena fui salvato da Leucotoe nel paese dei Feaci: dai quali rimandato a casa mia, vi trovai molti cicisbei di mia moglie, che sguazzavano su la roba mia. Io li uccisi tutti quanti; ed infine Telegono, che mi nacque da Circe, uccise me. Ed