Pagina:Opere di Mario Rapisardi 5.djvu/172

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172 Le Odi di Orazio


Quanto ai Neroni, o Roma, debbasi
    Da te, sa il fiume Metauro e Asdrubale
        Debellato e il giorno che, bello
        40Per le nebbie del Lazio fugate,

Primo sorrise d’alma vittoria,
    Quando il diro Afro per le terre itale,
        Qual fiamma tra rèsine, o vento
        44Sopra i siculi flutti, equitava.

Indi in fatiche fauste ognor crebbesi
    La gioventude romana; i tempj,
        Dall’empio africano tumulto
        48Devastati, ebber dritti gli Dei.

E disse alfine l’infido Annibale:
    «Noi cervi, preda di lupi avidi,
        Seguiamo spontanei cui pingue
        52Ingannare e sfuggire è trionfo.

Gente guerriera, che dall’arso Ilio
    Esagitata pe’ toschi pelaghi
        Nell’itale ville i suoi lari,
        56I suoi nati, i suoi vecchi tradusse,