Pagina:Opere di Mario Rapisardi 5.djvu/22

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22 Le Odi di Orazio


V’è chi non ha altra cura che l’Urbe di Pallade intatta
    Celebrar con perpetuo carme, e colto
Dove che sia preporre un serto d’olivo alla fronte
    8Molti ad onore di Giunon diranno

Argo di bei cavalli nutrice o la ricca Micene.
    Me non ha sì colpito il pazíente
Lacedemone, i campi non sì dell’opima Larissa,
    12Come la casa d’Albunea sonante

E l’Anio alto cadente e Tivoli ombroso e i pomari
    Da ruscelletti celeri inaffiati.
Come da fosco cielo disperge sovente le nubi
    16Noto propizio, nè continuo piove,

Così tu sapíente rammenta finire nel molle
    Vino, o Planco, i fastidj e le fatiche
Della vita, o ch’a’ valli tu stia di bandiere fulgenti,
    20O sia che del tuo Tivoli a la densa

Ombra ti assidi. Teucro, Salamina e il padre fuggendo,
    È fama, ch’abbia d’un populeo serto,
Spruzzato di lieo, precinte le tempie, ed in questa
    24Guisa parlato agli scontenti amici: