Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/159

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Un uomo dell’ordine patrizio, grave per la senile età, e per magistrature lungo tempo sostenute, il cui noto nome tacerommi, onde tanta sua contumelia non passi alla posterità, non potendo riscuotere un grosso credito che avea verso uno de’famigliari di Teodora, prese il partito di andare a lei, di esporle il caso, e di pregarla onde gli facesse fare ragione. Teodora volendo sostenere il famigliar suo, impose agli eunuchi, che tutti si mettessero intorno al patrizio nell’atto che veniva, e che mentre parlasse gli facessero coraggio, e andassero cantando a coro un certo carme loro additato. Il patrizio adunque entrato in camera, secondo l’uso, si gettò a’piedi di lei, e quasi colle lagrime agli occhi disse: Ah ! signora : é dura assai la condizione di un patrizio, il quale si trovi in angustia di denaro. Ciò che in tale situazione agli altri concilia commiserazione e indulgenza, per quest’ordine diventa una indegnissima calamità. Qualunque altro, che sia in sommo bisogno, se le sue circostanze palesa al debitore, troverà sollievo; ma un patrizio che non possa pagare quanto deve, ha vergogna, se lo confessa; e confessandolo, chi gli presterà fede, essendo tutti persuasissimi che povertà non può trovarsi nell’ordine nostro? E se gli si presta fede, é ita la sua buona fama, e tutta la dignità sua. Sono io, o signora, debitore ad altri, ed altri sono debitori miei. A me uomo patrizio non conviene mancare a’miei creditori che gravemente mi assediano; e quelli intanto che sono miei debitori, non essendo punto patrizii, cercano ingiuste ragioni di sottrarsi. Prego dunque, e supplico che in sì onesta causa