Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/263

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poco la forza della mia considerazione. Essi poi daranno tutta la forza alla considerazione seguente. Procopio, uomo di assai fino ingegno, e di giusto criterio, stato assai tempo in Roma, afferma che al suo tempo sussisteva quella statua, o ne indica il preciso luogo; e dicendo che ne rappresentava non solo la figura, ma anche la fortuna, viene a dimostrare che v’era pure unita una iscrizione. Se si fosse riportato al detto altrui, potrebbe essere stato ingannato. Ma riportavasi a’ suoi occhi. Ed è egli l’uomo che ne’ suoi libri della Guerra gotica tratto tratto descrive non solamente le mura, le porte, le cloache, le strade, gli edifizii di quella capitale del mondo romano, ma ancora le cose di essa più antiche; e se disse il vero parlando della statua del bue di Mirone, perché non avrà detto il vero parlando di questa di Domiziano?

2.° Più grave è l’argomento de’ vizii, che Procopio appone a Giustiniano; ed è giusto vedere s’egli abbia esagerato.

Del suo procedere bugiardo n’è prova il pubblico improperio allegato di sopra, e tolto dai Fasti Siculi: Spergiuri, Asino.

Dell’ardentissima sete dell’oro ne fa fede Evagrio, ove dice: In Giustiniano tanto insaziabile fu la bramosia del denaro, e sì turpe l’appetito suo per la roba altrui, che per l’amore dell’oro vendé tutti i beni de’sudditi a quelli che tenevano le magistrature, a quelli che raccoglievano i tributi, a quelli che senza ragione alcuna volevano attentare all’altrui vita. Poco diversamente parla Zonara. Avendo sempre bisogno di denaro, sono le sue parole, cercò di accumolarne con mezzi poco onesti; ed ebbe gratissimi coloro che gli suggerivano e modi di raccoglierne. Aggiungasi il fatto raccontato da Gregorio turonese. Certa Giuliana Anicia udendo come Giustiniano era fatto, avendole chiesto una grossa somma d’oro, la diede agli artefici dicendo: andate, e fattene tante lamine secondo la misura delle travi, ornatene la cappella del b. martire Polieutte, onde quest’oro sia salvo dalle mani di codesto avaro Imperadore.

Del genio sanguinario di Giustiniano, Teofane stesso, suo