Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/292

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catturati, e dati in mano di Procopio, Prefetto della città, accusarono il patrizio Belisario. Laonde adirato contro Belisario l’Imperadore, il quinto giorno di dicembre convocò il Senato, e chiamato il santissimo patriarca Eutichio ordinò che si leggessero le deposizioni di coloro: cosa che gravissimamente Belisario sopportò, spogliato già dall’Imperadore di ogni sua guardia, e detenuto sotto custodia. Nel seguente anno poi il giorno diciannovesimo di luglio Belisario fu riconciliato, e restituito nel primo suo grado. Finalmente nell’anno trentesimo ottavo di Giustiniano il tredicesimo giorno di marzo Belisario patrizio, muore in Costantinopoli, le cui sostanze furono applicate all’augusta casa Mariniana. Le stesse cose leggonsi e in una Cronaca anonima del Vaticano, e presso Zonara: onde può vedersi l’ignoranza profonda di coloro che scrissero, e ripeterono la favola di Belisario cieco e limosinante.

2.° Degli estimatori, mandati nelle ruinate provincie a coglierne gli avanzi con avidità spietatissima, e di tutti i disordini qui accennati, Procopio parlò nel libro 2 della Guerra vandalica. Così nel libro 2 della Guerra persiana parlò delle cagioni per cui Cosroe devastò tante belle città dell’oriente, e tra le altre Antiochia.

3.° Avremmo noi a parlare della smania furiosa da Giustiniano avuta di meschiarsi nelle quistioni teologiche, e di farsi disputatore di materie, nelle quali, se avuto avesse sentimento della imperiale maestà, non avrebbe dovuto mai metter lingua. La vanjtà sua lo trasse ad ambire il titolo di dottissimo; e il suo orgoglio a trattare superbamente e crudelmente i Vescovi della Chiesa, che non convenivano nelle sue opinioni. Dicesi, che da Teofilo, suo precettore, appresa avesse la inclinazione agli studii teologici; e fu certamente questo tempo perduto per lui, e ruinoso per l’Imperio che con altre arti volea esser governato. In vece adunque di applicarsi con zelo, e con sentimento di giustizia all’amministrazione pubblica, sappiamo da Procopio medesimo, siccome leggesi nel libro 7 della Guerra gotica, che continuamente sino a notte bene inoltrata, senza guardie, e senza