Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/297

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e fu con essi mandato il vescovo Giovanni, onde gl’iniziasse nella religione cristiana. Nell’anno trentesimo sesto vi furono gli ambasciadori del re degli Ermechii, e trattati non meno generosamente degli altri. È inutile dire delle ambascerie de’Persiani, che andavano e ritornavano quasi giornalmente. Le spese, dice Procopio, del solo ambasciadore Isdigiune, e i regali fattigli al suo partire, se alcuno volesse farne il canto, troverebbe l’importare più di dieci centinaia d’oro. Così egli nel lib. 2 della Guerra persiana. Ma questi non sono che cenni di cose assai più ampie.

4.° A nulla gioverebbe illustrare qui la memoria di tanti scellerati uomini, chiamati agli eminenti officii della pubblica amministrazione da Giustiniano per averli complici delle sue iniquità. Non vogliamo però omettere l’elogio, che il medesimo Imperadore impudentemente fa di Costantino, di cui abbiamo udito da Procopio qual fosse l’indole e l’animo. Giustiniano nella Costituzione, colla quale conferma i Digesti, lo chiama personaggio illustre, conte delle sacre largizioni, maestro dello scrigno de’ libelli, e delle informazioni segrete, il quale a noi sempre si rendé commendevole per la buona opinione, e per la gloria. Chi stesse alle parole crederebbe Giustiniano il migliore, e il più sapiente de’ monarchi. Ma la corte di Costantinopoli avea già da lungo tempo travolto il senso dell’umano linguaggio; e la greca fallacia sotto Giustiniano passò tutti i termini della più sfacciata ipocrisia. Ripetiamo divotamente i nomi di Foca e di Basso, la cui poca durata nella eminente carica, a cui erano stati assunti, certamente per errore, sta in luogo di ogni giusto elogio.

5.° Del rimanente perché niuno dubiti della veracità di Procopio in ciò che dice dell’appalto de’ grandi governi fatto da Giustiniano, odasi anche una volta Evagrio. Tutti i sudditi per aver denaro vendeva a quelli che amministravano le provincie. Così nel lib. 4, al cap. 39: i passi citati di sopra sono tolti dal cap. 29 del medesimo libro.

6.° Il passo, in cui abbiamo udito Procopio accennare la legge fatta da Giustiniano statuendo che quelli, i quali chiedes-