Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/399

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siani dall’imperadore Teodosio era stato pattuito, che nissuna delle due nazioni potesse sulle sue terre prossime a quelle dell’altra alzar nuova fortezza, i Persiani opponevano la fatta convenzione, ed in ogni maniera impedivano l’opera, quantunque allora fossero distratti dalla guerra cogli Unni. I Romani all’opposto vedendoli meno preparati ad usare la forza, con più animo erano intesi ad affrettar l’opera, e cercavano di compierla prima che i nemici, riconciliandosi cogli Unni, potessero più risolutamente portare le loro forze a quella parte. Da ciò nacque, che vivendo i Romani in sospetto, e continuamente temendo qualche ostile assalto, non troppo solidamente edificarono; ciò impedendo appunto il precipizio, con cui furono astretti ad operare: chiaro essendo che celerità e solidità non sogliono congiungersi; nè sono compagni il lavoro subitaneo colla osservanza esatta di quanto la ragione può prescrivere. Per questo così affrettandosi fecero le mura, che doveano essere pe’ nemici inespugnabili, alte appena quanto bastasse; e non aveano ben disposte nel debit’ordine le pietre, non secondo la giust’arte costrutto il lavoro, e nemmeno i materiali ben uniti colla calce. Laonde parecchie torri non potendo resistere nè alle nevi, nè ai cocenti calori del sole, pel cattivo modo con cui si era fabbricato, in breve tempo sdruscirono. Questo era accaduto alle prime mura di Dara.

L’imperadore Giustiniano considerò seco stesso che i Persiani avrebbero fatto di tutto per rovesciare un’opera troppo ad essi infesta: che con tutte le loro forze