Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/164

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
142 GUERRE PERSIANE

apparentemente, per rompere i fatti accordi1, e preso ad informarne Alamandaro indusselo a favorire le sue parti. Questo re adunque senza perdere tempo accusò Areta, duce romano, di avere oltrepassato i proprj confini, e per vendetta, posto anch’egli il piede sul tener dell’imperio, sfidollo a pugnar seco, dichiarandosi per nulla obbligato alle convenzioni, non avendovi apposto il nome suo; ed era la verità, non solendo mai i Saraceni soscriversi appiè di esse, come in lega con una delle due grandi potenze. La contesa regione poi, detta Strata, giace al mezzogiorno ed in vicinanza della città di Palmira2, ed e talmente esposta agli ardori del sole che dei pascoli in fuori non offre altra risorsa all'agricoltura.

II. Se non che volendola Areta un’antichissima proprietà romana adducevane a pruova lo stesso di lei nome, significando Strata presso de’ Latini via, e la testimonianza di tutti quelli più attempati abitatori. Ma Alamandaro, dichiarata inutil cosa il quistionare sul nome,

  1. (1) Del valore e dello scaltrimento di costui Procopio ha parlato al cap. 17 del libro i.
  2. (2) Lo storico Giuseppe Flavio attribuisce la fondazione di questa città a Salomone, ed il nome Tadamora datole, e tuttora conservato in quello siriaco Tadmor. Ecco poi quanto ne dice altrove il Nostro: «La Fenicia che stendesi al Libano, ha Palmira, città in addietro fondata in luogo circondato da un deserto, e collocata intanto in sito opportunissimo per tenere d’occhio le mosse de’ Saraceni nostri nemici. E di fatti fu piantata colà per vedere le improvvise incursioni di que’ barbari sulle terre dell’imperio romano». (Gli Edifizii, lib. ii, cap. 11)