Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/264

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242 GUERRE PERSIANE

tratosi nel regno, Cosroe fe comando a Nabede, in allora comandante della Persarmema, d’inviare Eudulio1, vescovo de’ cristiani, a Valeriano prefetto dell’Armenia per richiamarsi della tardanza degli ambasciadori, e per esortare i Romani con ogni studio alla pace. Il vescovo preso a compagno un suo fratello partì, e fattosi alia presenza di Valeriano compii gli ordini avuti; assicurollo di più ch’egli stesso, avendo l'animo propensissimo alle parti romane in grazia d'una comune religione, indurrebbe a tutto suo potere il monarca, venuti gli ambasciadori in Persia, a non intrapporre ostacoli nella conchiusione d’una pace conforme ai desiderj loro; così il vescovo. Ma il fratello ito di nascoso al prefetto manifestavagli: andar colla peggio le reali bisogna: la peste non avere perdonato all’esercito ed al monarca: il figliuolo ambire la tirannide, e dalla sola complicazione di tali gravissime sciagure cansarsi questo chiedere sì premurosamente la pace, Valeriano ascoltati entrambi diede commiato al vescovo con promessa che gli ambasciadori non più indugerebbero il venir loro.

III. L’imperatore avvisato incontanente dal prefetto di tutte le antedette cose, animandosi a’ nuove speranze gli commise di tosto assalire le terre persiane, non vedendo chi dei barbari potesse opporvisi; al qual uopo gli altri comandanti dovevan aggiugnere Martino, e procedere di conserto nella Persamenia. Come queste lettere furono lette dai capitani, si fecero valicare alle truppe

  1. (1) Endubio (Cousin).