Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/475

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LIBRO SECONDO 451

mestieri adunque che non lasciamo impuniti ribelli cotanto funesti, e che abborrendo sì ragionevolmente persone famigliarissime per lo innanzi, imponiamo loro pene condegne di sì turpi delitti: non essendo già opera della natura le amicizie o le nimicizie tra noi, ma o la conformità delle azioni e dei costumi legaci amichevolmente gli uni cogli altri, o la discrepanza loro ne mette in discordia. Parmi cosi mostrato appieno d’aver noi a combattere truppe nemiche e perfide ; che poi debbansi tenere in altissimo dispregio il chiarirò provandovi la impossibilità di farsi valorose in azioni in guerra da un ammasso di gente insiem raccolta dalla nequizia e dalla ribalderia. La virtù, per Dio, nemica implacabile del vizio sconvolgerà mai sempre tutti gli attentati de’ malvagi, rendendoli trasgressori dell’ ordine e di qualunque militar disciplina. Quindi è che abbandonati da essa ed incapaci di contenersi com’è uopo in campo verranno al primo urto sconfitti. Assaliamo pertanto intrepidi sì vil nemico, volendosi riporre il nerbo ed il felice successo della guerra nell’ordine e nella fortezza dell’animo , non già nel soverchio numero de’combattenti ». Così favellava il romano duce.

IV. Stoza parimente esortò di questa foggia i ribelli : « O soldati e quanti meco rompeste le catene della romana schiavitù, non sia ora tra voi chi ritraggasi dal morire per quella libertà che virtuosi e prodi nelle armi vi sapeste non è guari procacciare, sendo men grave all’uomo l’incanutire ne’mali e compiervi la mortale camera, che non surto da essi il rica-