Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo III.djvu/55

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LIBRO PRIMO 47

siddetti soldati imperiali, e de’ Romani, denudatisi le schiene di lor setole, viverne ancor cinque. Si vuole dunque che il re, ponderata seriamente la faccenda, e congetturandone quale sarebbe il finir della guerra, cadesse in profondo timore, comprendendo assai bene dalla ventura di que’ maiali che i Romani, campandone la vita una sola metà, verrebbero abbandonati dalla fortuna: che poche sopravviverebbero delle gottiche genti, e che l’imperatore ne uscirebbe con lieve perdita vittorioso; laonde punto non gli attagliava di battagliare con Belisario. Ma di ciò parli ognuno secondo che vi presta, o vi rifiuta sua fede.

II. Il duce imperiale nell’assediare da terra e da mare i Napoletani si perdea grandemente d’animo tenendo per fermo che la città non capitolerebbe giammai, nè sperava prenderla di forza opponendovisi oltre misura la malagevolezza del luogo. Arrecavagli di soprappiù non lieve travaglio il consumar tempo indarno sotto quelle mura, antivedendo che sarebbe stato poscia costretto ad assalire nel verno e Teodato e Roma. Laonde comandava alle truppe che affardellassero per levarsi di là, quando nel mezzo delle sue dubbiezze e di tanti gravissimi pensieri venne la propizia sorte a confortarlo di questa guisa. Nacque in tale degli Isauri la brama di conoscere la struttura dell’acquidotto, e come ne avessero i cittadini l’acqua. Entratovi pertanto, lunge dalla città e per la rottura fattavi da Belisario, a tutto bell’agio ne trascorse una parte senza rinvenirvi, in causa del taglio, un filo d’acqua. Se non che vicino alle mura fu arrestato da un sasso