Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/179

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appendice al capitolo quarto 173

come osservò il signor Troya 1, que’ nobilissimi erano appunto i milanesi fuggiti e lontani, quelli di cui san Gregorio, nella lettera citata, dice che illic coacti barbara feritate consistunt: cioè in Genova, dove risiedette, in tutto il tempo del suo pontificato, Lorenzo II, vescovo di Milano, ma non vescovo in Milano 2.

Quest’osservazione vale ugualmente per l’altra lettera, nella quale Gregorio, raccomandando Fortunato prete a Costanzo successore immediato di Lorenzo, scrive: audio eum cum decessore vostro Laurentio ad mensam Ecelesiae per annos plurimos nuncusque comedisse, inter nobiles consedisse et subscripsisse 3.

«In un’altra lettera al popolo e al clero di Milano, durante la vacanza tra la morte di Costanzo e la elezione di Deodato raccomanda: Latrix præsentium Arethusa clarissima fæmina propter causam legati quod ei coniugique Laurentius.... episcopus reliquerat 4.» Ma non c’è ragione veruna per supporre che la donna chiarissima abitasse in paese soggetto ai Longobardi. La congettura più probabile è in vece, che appartenesse a una delle famiglie rifugiate a Genova; e il legato lasciatole dal vescovo, ch’era vissuto e morto in quella città, n’è un indizio di più. E nella nota al Capitolo antecedente, citata dianzi, abbiamo addotte le ragioni che inducono, o piuttosto obbligano a credere che a Genova fosse diretta anche la lettera.

L’ultimo fatto è ricavato dalla storia. «Paolo Diacono nomina Theodoten puellam ex nobilissimo Romanorum genere ortam presso Pavia 5.» Osserva però giustamente il signor Troya che lo storico parla dell’origine di Teodote, e non della sua condizione; e che l’esser nobilissima la prima non fa che la seconda non potesse esser servile. E cita molto a proposito un altro passo di Paolo medesimo, dove è detto che Grimoaldo ebbe tre figli da Itta, captiva puella, sed tamen nobili 6. E chi può dubitare che tra i Romani ridotti in servitù da Agilulfo e da Rotari, non ci fossero di molti nobili? Che poi Teodote fosse in effetto in una condizione servile, ci pare, più che indicato da varie circostanze del racconto che la riguarda. Ne trascriviamo qui la parte che fa al nostro proposito. At vero Gunibertus rex Hermelindam ex Saxonum‑Anglorum genere duxit uxorem. Quæ cum in balneo Theodotem puellam ex nobilissimo Romanorum genere ortam.... vidisset, ejus pulchritudinem suo viro Cuniberto regi laudavit. Qui ab uxore hoc libenter audire dissimulans, in magnum tamen puellæ exarsit amorem. Nec mora, venatum in silvam quam Urbem appellant 7 perrexit, secumque suam conjugem Hermelindam venire præcepit. Qui exinde noctu, egrediens, Ticinum rediit, et ad se Theodotem puellam venire faciens.... Certo, queste parole danno più l’idea d’un ordine fatto intimare a persona soggetta, e sotto la mano, che d’un ratto violento, o d’un’infame trattativa per levare una fanciulla libera dal seno d’una nobilissima famiglia. E di più, nè l’una,

  1. Della condizione, ecc.§ LV.
  2. V. la nota al Cap. antecedente, pag. 193. (nota 96, ndr.)
  3. Greg. Epist. IV, 39. — Vicende, ecc. Ibid.
  4. Id. Lib. XI, Ep. 16. — Vicende, ecc. pag. 351.
  5. Paul. Diac. V, 37. — Vicende, ecc. pag. 351
  6. Paul Diac. IV, 47. - Della condizione, ecc.§ CVI. Anni 667‑668?
  7. Questa selva, che aveva preso il nome dal fiume Urbs (ora l’Orba), e l’ha poi dato al Bosco, borgo vicino ad Alessandria, era un luogo prediletto di caccia de’ re Longobardi. Paolo ne fa menzione più volte, e in un luogo la chiama vastissimam silvam (V, 39). E anche la probabilità del racconto in questione vuole che arrivasse vicino a Pavia.