Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/182

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176 discorso storico

imposizione agli ospiti longobardi 1. Ma su questa interpretazione sarebbe superfluo ogni argomento, perchè una parte importante della variante su cui è fondata, cioè la lezione pro langobardis, non ha altra origine che una svista del commentatore, per altro diligente e oculato, che la mise fuori. Il codice ambrosiano ha: per langobardos hospicia parciuntur 2.

Si dirà forse che anche dalla variante rettificata così si possa rilevare il senso medesimo, attaccando, come fanno altri, il per langobardos a aggravati, e traducendo tutto il periodo in questa maniera: I popoli aggravati dai Longobardi dividono le terre?

A una tale interpretazione noi non opporremmo la novità del significato attribuito alla voce hospicia; giacchè l’analogia potrebbe bastare a renderlo verosimile, o anche certo, se lo volesse il contesto. Quanti vocaboli e del latino barbarico, e del vero latino, e d’altre lingue morte, la significazione de’ quali non è attestata che da un esempio, ma attestata con sicurezza, perchè in quell’unico esempio tutto concorre a determinarla! Ma qui è il contrario. Intesa così, la proposizione rimarrebbe ancora stranamente monca, non ci essendo espresso con chi divisero queste terre: cosa richiesta, non dirò dalla chiarezza, ma dalle leggi universali del linguaggio, e da volerci uno sforzo, una volontà deliberata d’esprimersi diversamente dall’uso comune, per lasciarla fuori.

In qualunque poi delle due maniere si voglia leggere quel passo, più d’una ragione, come abbiamo accennato, ci par che s’opponga all’interpretazione suddetta. Prima di tutto, sarebbe una cosa troppo singolare, che lo scrittore, volendo parlare d’un fatto che riguardava solamente i possessori delle terre, avesse adoprata una parola d’un senso così generale, come populi. E non sarebbe cosa meno strana che avesse addotto per motivo della divisione l’esser questi possessori aggravati dai Longobardi: come se ci fosse voluto altro che la volontà di questi; come se i possessori romani fossero stati in condizione di venire a patti; come se una tal cosa, o una cosa qualunque potesse esser avviata da

  1. Op. cit. ibid.
  2. Le parole in questione sono scritte così: p langobardı ̊s. L’abbreviazione della prima, e la correzione della seconda ci fecero parere più che sospetta la versione del Bianchi. Ma non potendo, da noi, andar più in là del sospetto, ci siamo rivolti a un uomo, come dotto in diverse materie, così espertissimo in questa, il signor Giuseppe Cossa, il quale si compiacque d’esaminare il codice, e ci favorì la nota seguente:
    «Per chiunque è alquanto pratico di paleografia, non v’ha ombra di dubbio che p è abbreviatura di per, non mai di pro, che n’aveva una di tutt’altra forma: ed è questo uno de’ fatti più costanti circa il modo di abbreviare. Il codice stesso in particolare lo conferma, giacchè da per tutto vi si osserva che la proposizione per è compendiosamente rappresentata con p, e non altrimenti. È questa una minuta cognizione sulla quale credo di poter emettere un giudizio positivo e assoluto.
    «Quanto alla voce langobardı ̊s, rammenterò che gli antichi solevano correggere gli errori di qualche lettera, non già cancellando questa, ma lasciandola intatta, e soprapponendovi la giusta; e per indicare che s’era voluto fare una correzione, si metteva sotto la lettera corretta un punto. In questa maniera nel codice stesso, alcune facce avanti, si trova mene corretto in mane.
    «Perciò io tengo per fermo che o l’amanuense, o il correttore dimenticò il punto sotto la i di langobardis, e solo corresse la parola col sovrapporci la o.
    «E concludendo, son persuaso che lo scrittore del codice o il correttore intese che si avesse a leggere per langobardos, e che nel passo accennato non v’ha incertezza, ma vera correzione. Nè, percorrendolo senza essere altrimenti prevenuto avrei esitato un momento.
    «Non sarò così ardito circa l’età del codice, perchè in questo particolare si possono pigliare granchi e anche balene a secco, siccome è pure accaduto a valentuomini. Ma, parlando con la debita riservatezza, lo attribuisco al X o XI secolo.»