Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/192

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186 discorso storico


Chi vuol più fatti ne troverà nelle lettere de’ papi e nelle loro vite. Abbiam citato questi pochi per un saggio: e l’ultimo ci sembra degno d’esser notato particolarmente, per quella strage de’ primati, che è una ripetizione di quello che i Longobardi avevan fatto nelle prime occupazioni. Siamo ben lontani dall’affermare che questi due fatti bastino per far supporre che l’uccisione de’ principali proprietari fosse una parte del loro sistema di conquista; ma se ci fossero dati più numerosi per poterlo stabilire, non si può negare che con ciò si verrebbe a spiegare il perchè tra tutte le storie delle dominazioni barbariche, la longobardica sia quella in cui figura meno la popolazione indigena; e si potrebbe con più facilità arguire a qual condizione dovesse esser ridotta la parte che i vincitori lasciavano viva.

Si dirà qui senza dubbio, e molto a proposito, che per i fatti tra i Longobardi e i Romani non si deve stare in tutto alle grida de’ Papi1, nè all’asserzioni di Anastasio; e certo, si può supporre esagerazione nell’une e nell’altre. Ma si badi che si potrà bensì disputare sul più e sul meno delle violenze e delle soverchierie crudeli fatte da’ Longobardi ai Romani, ma che (e qui sta il punto vero della questione) le soverchierie e le violenze sono sempre da una parte: dell’altra non è fatta menzione che per il suo spavento, per le sue processioni, e al più per qualche vano e misero preparativo di difesa.

Si veda ora che sugo abbiano quelle parole del Giannone: «I Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirli (i Longobardi) nell’Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni, li dipinsero al mondo per crudeli, inumani, e barbari; quindi avvenne che presso alla gente, e agli scrittori delle età seguenti, acquistassero fama d’incolti e di crudeli2.» E quali erano poi finalmente codesti disegni che i Longobardi cercavano di rompere? Che i Romani non fossero assoggettati da que’ barbari, nè scannati da loro. — Ma avevano anche altri disegni. — Sì eh? Cos’importa? Avevano o non avevano questi che ab-

    più a tempo, e la quale vorremmo che valesse a giustificarci presso il dotto e ingegnoso oppositore, è che tra Pipino, Costantino e Astolfo non si trattava del mio e del tuo. Se uno si lascia rubar l’orologio, il giudice, potendo, glielo fa restituire; e se quel trascurato se lo lascia rubare una seconda, una terza, una quarta volta, altrettante gli è restituito, se si può. E questo, perchè l’orologio non ha il diritto d’esser preservato, da’ ladri, nè altro diritto di sorte veruna, il solo che n’abbia in questo caso è il proprietario, per trascurato che sia. Ma sugli uomini la è potestà, e non proprietà; e la potestà è legata a delle condizioni di tutt’altro genere: delle quali una essenzialissima è che questa potestà voglia efficacemente e possa effettivamente mantenersi. Ora, il Copronimo aveva date troppo manifeste e troppo ripetute prove del contrario. Non facendo nulla per difendere le città dell’esarcato, e da un pezzo, dopo più scorrerie, (dopo una stabile invasione de’ Longobardi, dopo tante istanze de’ papi, aveva lasciata perire di fatto la sua potestà sopra di esse. Le rivoleva poi, per titolo di proprietà, perchè si chiamassero sue; ma le città sono piene d’uomini e gli uomini non sono cose.
    In quanto poi al fatto, è vero che la questione non fu allora definitivamente sciolta, perchè la donazione non ebbe subito il suo effetto; ma l’effetto ottenuto poi pienamente e stabilmente dal figlio di Pipino non fu altro che una conseguenza di essa.

  1. Nelle lettere del Codice Carolino, i Longobardi sono qualche volta eccessivamente ingiuriati, e i Franchi eccessivamente lodati. E sarebbe meglio che non ci fosse nè questo nè quello; ma non bisogna dimenticarsi che i papi autori di quelle lettere parlavano di masnadieri, parlavano a dei difensori, e parlavano per delle popolazioni.
  2. Ist. Civ. Lib. V, Cap. 4. Il Giannone fu, per cagione di questa sua storia, arrestato a tradimento, e tenuto arbitrariamente in prigione, dove morì. E siccome, in queste materie principalmente, si suppone spesso che chi combatte l’opinioni d’uno scrittore approvi, come per conseguenza, tutto ciò che sia stato o detto o fatto contro di lui, così protestiamo espressamente che, implorando contro il libro la persecuzione della critica e del buon senso, detestiamo, quanto il più caldo ammiratore del Giannone, quell’ingiusta persecuzione della persona.