Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/482

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476 osservazioni sulla morale cattolica

grado? Perciò il Concilio non si restringe a non disapprovare (espressione che fa parer quasi una concessione quello che è un precetto) «che si riponga nell’aiuto di Dio una fermissima speranza; dice che tutti lo devono1.» E la ragione del precetto è evidente. Ogni speranza d’un bene promesso condizionatamente (e qual promessa più espressamente e ripetutamente condizionata, di quella della salute eterna?) si fonda, da una parte, sulla fedeltà e sulla potenza dell’autore della promessa, e dall’altra, sulla fedeltà di chi deve adempire la condizione. Quindi la speranza cristiana dev’esser fermissima, senza paragone con nessun altro sentimento possibile dello stesso genere, in quanto si fonda sull’infallibilità e sull’onnipotenza dell’Autore della promessa; è speranza e nulla più, o, per parlar più esattamente, speranza e null’altro (giacchè la certezza non è un ultimo e supremo grado della speranza, ma un’altra essenza, e incompatibile con essa), in quanto l’adempimento della condizione dipende dalla libera volontà dell’uomo. Ma speranza fermissima con tutto ciò, perchè quella promessa, data per un’infinita carità, e per i meriti infiniti del Redentore, non ha per unico oggetto la ricompensa. Imponendoci la condizione, Dio non ci ha abbandonati alle sole nostre forze per adempirla; ma ha promesso ugualmente d’aiutare ogni nostro sforzo perchè sincero, e d’accordare alla preghiera tutto, senza eccezione, ciò che possa esser necessario a quell’adempimento. E perchè la cognizione più elevata della verità fa trovare una concordia tra quelle verità subordinate che, a prima vista, possono parere opposte, il fedele istruito da Dio, per mezzo della Chiesa, sa che quell’incertezza la quale rimane nella speranza cristiana, anzi ne è una condizione, quell’incertezza che non ha altra ragione, che nella nostra debolezza, non solo è necessaria a mantenere l’umiltà e la vigilanza; ma ha la virtù di render più ferma la speranza medesima. In altri termini, intende che la diffidenza di noi medesimi, se il core è veramente cristiano, serve a fortificare e a accrescere la nostra fiducia in Dio. Infatti, quanto più l’uomo conosce che debole, che incerto, che sproporzionato assegnamento possa fare sulle proprie forze, e insieme sa e crede che gli è, non già permesso, ma comandato di sperare; tanto più si sente mosso a volgersi e, direi quasi, a buttarsi, con un lieto abbandono, da quella parte dove tutto è forza, tutto è fedeltà, tutto è previdenza, tutto è assistenza. Nelle speranze che hanno per oggetto i beni temporali, que’ due opposti e costitutivi sentimenti, fiducia e diffidenza, fanno unicamente il loro ufizio naturale, che è di combattersi, senza mai concorrere, nè direttamente nè indirettamente, a uno stesso fine. Nella speranza cristiana, ogni atto di diffidenza porta con sè la ragione d’un atto prevalente di fiducia, rimanendo la prima sempre viva e sempre vinta. La debolezza finita, senza mai nè sconoscersi, nè scusarsi, anzi per l’umile confessione di sè medesima, si sente insieme e superata da un’infinita bontà, e sostenuta da un’infinita forza; avverandosi anche in questo senso il detto dell’Apostolo, che «la potenza divina arriva al suo fine per mezzo della debolezza2. »Così la religione, che innalza al grado di virtù un affetto naturale, qual’è la speranza, dandogli per motivo la suprema Verità, e per termine il supremo Bene, ci manifesta poi, in questo caso, come in tant’altri, ciò che la ragione stessa trova necessario, anche senza conoscerne il modo; cioè che un elemento essenziale d’una virtù (come l’in-

  1. Nemo sibi certi aliquid (de perseverantiae munere) absoluta certitudine polliceatur; tametsi in Dei auxilie firmissimam spem collocare et reponere omnes debent. Deus enim, nisi ipsi illius gratiæ defuerint, sicut cœpit opus bonum, ita perficiet, operans velle et perficere. Conc. Trid. Sess. VI, cap. XIII.
  2. Virtus in infirmitate perficitur. Ad Corinth. 11, XII, 9.