Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/613

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dell’unità della lingua 607


Potranno poi que’ vocabolari tornar utili col risparmiare agli autori de’ novi una parte del lavoro di raccogliere i materiali de’ rispettivi idiomi. Diciamo una parte, perchè un vocabolario fiorentino, quale potrà essere se venga preso dall’uso intero di quella lingua, potrà suggerire, anche in ciò che riguarda gli altri idiomi, non poche locuzioni, o dimenticate dai primi autori, o omesse da loro, per non sapere dove trovarci un equivalente che potesse esser chiamato italiano per un titolo qualunque.

Crediamo che non sia per esser fuor di proposito l’accennare un’utilità accessoria, che verrebbe da sè, e come per giunta, da quella rassegna generale degli idiomi italiani. E sarebbe quella di rivelare, in molte parti di questi, uniformità inaspettata, e tra di loro e col fiorentino. Diciamo inaspettata, perchè si trova per l’appunto in locuzioni, che la maggior parte degl’Italiani, per non dire ognuno, crede usate esclusivamente nel suo proprio idioma, e tali da parere stranissime a tutti gli altri Italiani che le sentissero, o peggio, le vedessero stampate. Ora, trovandole ugualmente, e nel vocabolario fiorentino, e negli altri, ci accorgeremmo d’avere una comunione di linguaggio in quella parte dove ci credevamo più stranieri gli uni agli altri; ci troveremmo più vicini alla unità senza aver avuto bisogno di moverci; sarebbe un acquisto senza fatica, come quello di chi, credendo d’avere in un ripostiglio delle monete false, andato poi a esaminarle, le trovasse di bona lega, e tali da esser ricevute da ognuno senza difficoltà.

Già alcune di queste locuzioni si potevano osservare nelle opere di vari scrittori toscani; ma tali esempi, caduti sotto gli occhi d’un numero di lettori scarso in paragone d’un pubblico, non potevano produrre alcun effetto notabile. Un solo scrittore, l’illustre e pianto Giusti, ha potuto, per la sua grandissima popolarità in tutt’Italia, produrre degli esempi fecondi, anche in questo particolare, come riguardo all’effetto generale di propagare utili e necessarie locuzioni. In grazia sua ne corrono ora per gli scritti di tutta l’Italia, di quelle che, prima di lui, ogni scrittore avrebbe schivate studiosamente, credendole ciarpe del suo particolare idioma. La maggior parte, e dell’uno e dell’altro effetto, è dovuta certamente all’ingegno di quell’autore, ma sarebbe inutile il negare che un’altra parte essenziale ce l’abbia avuta l’esser lui toscano. Perchè, o volere o non volere, e malgrado tutte le contradizioni, questa fede nella lingua toscana è pur sempre viva in Italia; e se non è forte abbastanza per spingerci a cercarla, basta però per darci e amore e coraggio a prenderla quando ci si presenta da sè. Non ci pare quindi che sia un’illusione il vedere in quel fatto un saggio e un pronostico dell’effetto tanto più vasto che produrrebbe l’esser tutta (s’intende sempre per quanto si può) quella lingua messa contemporaneamente davanti gli occhi del pubblico d’ogni parte d’Italia.

I limiti imposti naturalmente al genere del lavoro che c’è commesso, non ci permettono d’aggiungere le molte altre considerazioni, che potrebbero servire a una più ampia dimostrazione dell’assunto. Confidiamo nondimeno che, in grazia della sua evidenza, le qui addotte possano riuscire bastanti a dar ragione del motivo su di cui sono fondati i provvedimenti che siamo per proporre, e dell’idoneità de’ quali sarà giudice il signor Ministro.

Ci corre però prima l’obbligo di tributargli la singolare e ben meritata lode, dell’aver proposta con pubblica autorità, e insieme avviata per la vera strada, una questione di tanta importanza; giacchè, dopo l’unità di governo, d’armi e di leggi, l’unità della lingua è quella che serve il più a rendere stretta, sensibile e profittevole l’unità d’una nazione. Enunciando lo scopo d’aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini del popolo