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Caro Elio,


il cruccio del padre di famiglia era fondato: Odradek. è sopravvissuto a lui e ai suoi figli e, per quanto ci riguarda, sicuramente un giorno qualcuno tirerà una catena per scaricarci nel famoso buco; hai avuto ragione a temerlo.
Allora perirà il mondo. Certo, il mio mondo. ma che differenza fa per me?
"Il silenzio dentro di sè, il silenzio di sè, insostenibile. Allora ti accorgi cosa ti manca, col corpo, con tutto ti aggrappi a quello che bai in mano" estraggo dal post vuoto di una delle mie tagliatelle (93). E’ necessario.
Gli Odradek: nascono da questa coscienza del nostro futuro, atroce dici tu, anche se hai usato l’aggettivo per la verità del rumore degli uomini. Atroce ma indispensabile garanzia che non ci sia niente di gratuito in quello che facciamo.
Per un attimo, il tempo di leggerla, la tua lettera mi ha aiutato, perchè mi ha fatto sperare che qualche silenziosa creatura nata dal mio appiglio del momento mi sopravviverà. Ti ringrazio.
Dicevo che la lirica è una disciplina del quotidiano. Qualcuno, per fortuna molti più di quanti si creda, io stesso, aggiunto in fondo "va canzone, va...", si considerano esentasse e si dimenticano di mettere il francobollo: Odradek è senza fissa dimora. Così passano sette anni prima che un altro mostri di averla letta veramente: sono le conseguenze della disciplina di chi crede al silenzio: "ogni giorno al lavoro" Rodin l’ha scritto, ma legioni di altri lirici l’hanno praticata senza scriverlo.


Ma di un’altra cosa sono stato particolarmente contento nel leggerti: non sei caduto nella trappola del significato: Odradek. è insignificante e nel ruolo che il rumore del mondo vuole attribuirti, averlo capito è molto importante.
Del resto "la verità non c’è, solo il bisogno che ci sia" (138). 5 miliardi - quanti siamo - di nomi di Dio: è il titolo della colonna di moccoli che fingono piano piano, come dici tu. Perché allora tanta paura di sbagliare? Anche qui, ora, in questa risposta. Perchè esiste un qui e sono contento che tu me ne abbia dato occasione: "Sono solo di fronte alla decisione; se sbaglio non è una possibilità, ma la possibilità che va a farsi fottere. Io dico che si può, perchè bene o male devo constatare che non ho altra possibilità, in un modo o nell’altro sono sempre lì; ma non è detto che si possa.
Ecco, io non posso rinunciare a non sapere se si può" (139).
Era Zaratustra a parlare del grande patto dell’arte con la paura (Ipso Facto n. 4); ora capisco perché. Vorrei che questa paura mi salvasse dalle partite a scacchi, dal darmi a mercanteggiare schiavi (si dice) per il resto dei miei giorni o dal rinascere ingenuo all’idiota piacere di fare: sono stato bambino fino in fondo (mi riferisco al solo rinascere). E’ "lo scontato, il mio scontato (che) mi assalgono e li devo negare. Allora inizia il vero lavoro" (10).
Parlavi di prigione, abbiamo parlato di prigione, siamo d’accordo, ma lasciami aggiungere: "non è un limite vago, è sempre lo stesso, non si sposta. Puoi anche credere di essere uscito: storia di un’evasione mancata... Non esiste l’Evasione", ma una evasione (16).
Potrei chiamare questa lettera Dichiarazione di certezza, per dare un titolo alla serie di sentenze di cui è fatta, ma anche per rispondere alla tua osservazione sospetto, se l’ho ben capita: "Neanche un filo di dubbio, di scontato, di malavoglia, neanche un filo di sapere perché o che cosa. Queste sono le condizioni" (226). Solo così si può esser fuori. Se non avessi scritto queste cose molti anni fa, potresti pensare che ti prenda in giro: nei tuoi cassetti hai la prova che non è vero; i numeri ti aiuteranno. Quindi posso


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