Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/122

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
120 alfredo panzini

Fu cosi che in quella testa sventata di Clodio era nata l’idea di introdursi nella casa di Cesare, e la cetra della sorella gli suggerì il travestimento. Una volta entrato nell’ovile delle agnelle, ci avrebbe pensato lui al da farsi.

L’idea era grandiosa.

Ma la saggia Clodia ricordava al fratello come Alcibiade, non meno bello e potente di lui, per il solo sospetto di avere profanato i misteri di Eieusi, ebbe tronca tutta la sua carriera politica.


Nella casa di Clodio, Clodia guarda il fratello e dice:

— È inutile rasoio o cerussa.

Gli slacciò la cinta dal pugnale, gli gettò in dosso la sua clamide, lo drappeggiò, gli allacciò i calzari d’oro, gli arricciò la chioma. Lo rimirò, meravigliò. I vestiti di lei andavano bene per lui.

E stette pensosa, poi disse:

— Come sei bello! Mi piaci. — E gli porse la propria cetra.

— Ora va, ragazzaccio.

— Un momento! — E lo richiamò.

— A stare tutto il giorno, come tu stai, con quei galantuomini, ti si è attaccato un odorino di selvatico e di caprino. Non vorrei che qualche matrona di olfatto fino ti riconoscesse a naso.