Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/172

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
170 alfredo panzini

La luna impallidiva un poco per volta, ed ecco, dall’altra parte dell’emisfero, alzò la sua faccia il sole.

L’incantesimo, che era grande con la luna, diventò anche più grande con il sole. L’usignolo che era solo, si accompagnò con gli altri uccellini, e con tutti i passerotti che si erano svegliati. Poi, o folgorasse il sole nascente dal mare, o le opere degli uomini dei campi cominciassero, un organo come in un tempio alzò le sue voci: timballi e sistri in gran tripudio si udirono: Hymen o Hymeneae, Hymen ades, o Hymeneae!

Agitate le fiaccole della vita. Un gran sacramento si compie.

Una voce, come un a solo religioso cantò così:

«Come sorge il fiore nei ben cintati giardini, e le greggi non sanno dov’è, e l’aratro non lo recide, e le aurette lo accarezzano, e il sole lo rinforza, e le pioggerelle lo alimentano: il suo profumo tutti lo sentono e intorno si spande. Donzellette e fanciulle lo vogliono il bel fiore. Ahimè, appena l’unghia ne stacca lo stelo, esso sfiorisce. Tale è la purità della donna».

Ma questo —, dissi fra me —, è ancora Catullo!