Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/196

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194 alfredo panzini


scalpitanti piedi dei cavalli ardenti del Sole fugarono le tenebre notturne, allora il sonno si dileguò come nebbia dall’impazzito Attis. Con i lagrimanti occhi si affissa sul vasto mare. Con terrore s’accorge di quello che egli è: non è più il fiero Attis, è la delicata Attis! Allora con miserabile voce cosi piange e si compiange: O patria che mi hai creato, o patria mia genitrice, perché ti ho abbandonato come servo infedele, e venni a queste orrende di neve gelide selve? Vivrò dunque io sempre fra le belve in queste selve? lontano starò sempre dal padre e dalla madre mia? lontano dalla palestra, dallo stadio, dal gumnasio? Sarò io pure una furente Menade? io vir sterile sarò? Non io qui venni; una furia mi trasportò. Ora povera femina io sono, e prima io ero adolescente, e prima io ero efebo, e prima io ero dolce fanciullo. Io fui il fiore del gumnasio, io, spalmato di oliva, ero la forza della palestra. Mia bella casa, mia tepida casa, o padre, o madre, o fiori, o corone! E la gran Dea Cibele apparve e vide la delicata Attis presso il marmoreo mare. Che hai fatto di te? E gli si appressava. Folle di terrore, Attis nella selva rintana».


La lettera poi della Signora terminava per suo conto cosi: