Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/69

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il bacio di lesbia 67

— E chi pretende di esser poeta? e chi osa chiamare sé poeta? — disse Catullo. — Credo che non riuscirò nemmeno a mettere insieme un librettino.

— Ah, il peggiore fra tutti i poeti, — disse sorridendo Cicerone a Catullo: — io credo che voi siate veramente caro alle Muse.

— Allora —, disse un giovanissimo che si chiamava Cornelio Gallo —, voi, Catullo, vorreste dire che la poesia è la natura stessa: sole, luna, pleiadi: la quale è materia, ma per magia di poeta si trasforma in spirito; e cosi il poeta è partecipe della divinità come disse Marco Tullio quel giorno che parlò per Àrchia.

— Cosi credo —, disse Catullo —. Molte sono le cose in nostro potere. La poesia è unica, perché è fuori dalla nostra volontà.


Intanto era arrivata la basterna della dama. Una doppia pariglia di servi etiopi la portavano. La dama vi si adagiò, fu issata su.

Pareva Angelica la bianca, quando apparve al concistoro di re Carlo Magno fra quattro giganti grandissimi e fieri.

Di lassù faceva, a quei suoi galanti, graziosi e monelleschi saluti con la mano, come i bimbi quando fanno tata.

La basterna, molleggiata ai passi scadenzati di quei servi, si era mossa.