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me, pesante di cemento, con le vie nuove alla tedesca.

Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto, barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte; e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì, ciciricì!».

Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole. Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera sporgeva fantasticamente da quei palagi.

— Com’è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.

— Oggi è mercato.

Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I colli Bèrici rilucono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso è di una purità di cobalto intenso. C’è una villa lassù? Una villa settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogaz-