Pagina:Patria Esercito Re.djvu/319

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re umberto al chievo 301

Ciò che, per la maggior parte delle volte, era per l’appunto quello che l’oratore desiderava!

È noto che S. M. trattava militarmente i suoi impiegati:

— Devono essere sempre pronti — diceva — come i reggimenti.

Fatalista per tendenza, questo suo fatalismo era aumentato specialmente in seguito ai due primi attentati.

Voi a mo’ d’esempio, andavate a invitarlo per una solennità, anche a breve scadenza — le solite corvée dei principi e dei sovrani — ed egli, piantandovi i suoi grandi occhi in faccia, — saputo magari che si trattava solo di una quindicina di giorni — vi diceva, fra la celia, ma con un tono di voce e di espressione strano, quasi profetico:

— Quindici giorni?... Uhm! e chi ci può dire che cosa avverrà di noi fra quindici giorni?...

Pur troppo, fu questo fatalismo che lo portò ad assistere alla sciagurata solennità di Monza; mentre il cuore presago della Reale Consorte gli ripeteva:

— Non andare!... Non andare!...

Vi andò... e vi sarebbe andato anche avvertito di un pericolo. Perchè egli non era uomo da arrestarsi a metà. Nessuna forza umana lo avrebbe distolto dal recarsi su quel terreno che doveva rendere sacro col suo sangue vermiglio!

Gentile d’animo, possedeva finezze di sentimento rare in chi comanda. Così, da sentirsi istintivamente, intimo in ogni cuore: e inspirava in tutti una devozione profonda, libera da ogni rigidità d’etichetta.

Umberto amava i fiori dei giardini, e, insieme i più bei fiori dell’arte.

La gentilezza del suo animo si esplicava in ogni evento, in ogni occasione. Egli, tanto nel 1887 che nel 1897, volle entrare al Chievo non come padrone — e ne aveva il diritto — ma come ospite. Volle che venisse scrupolosamente rispettato l’appartamento padronale; e in barba alla etichetta non permise al proprietario della villa di allontanarsene; anzi lo aggregò al suo stato maggiore; e a colazione e a pranzo volle che avesse il suo posto a tavola.

Umberto amava anche i gioielli — che volentieri regalava. — Subiva la musica, ma non la cercava.

Cacciatore di forza, era in quest’arte meno geloso del Gran Padre suo. Nel modo di cavalcare era progressista. Vantava — ce lo dice il generale Orazio Lorenzi, nel suo opuscolo Re Umberto a cavallo — una scuola tutta sua; e fino a poco tempo prima della sua morte, benchè un po’ impinguato, era un forte ed elegante cavaliere.

Delle sue abitudini, diremo così, intime e di tolètta, questo solo sappiamo: che S. M. prendeva un bagno ogni sera prima d’andare a letto;