Pagina:Patria Esercito Re.djvu/321

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re umberto al chievo 303

di quattro campagne, la più dolce creatura del mondo, divenuta a un tratto, per uso e consumo dei fabbricatori di rivoluzioni, dopo le dolorose giornate del maggio 1898, il Giulay, il Radetzki, l’Hainau d’Italia... o giù di lì.

Al convegno non mancano, s’intende, i giornalisti; e fra i pezzi più grossi, ho il piacere di stringere la mano al mio vecchio amico Ugo Pesci, in abito di bersagliere; valoroso soldato della penna e della spada, al quale avevo qualche anno prima servito da testimonio... non a un duello, ma alle nozze.

Alle cinque precise escono dalle rimesse gli equipaggi che debbono condurre S. M. il Re, appena giunto, sul campo d’assedio. Alle carrozze reali si uniscono le vetture private, ivi in gran numero intervenute; ed è il compianto conte Marco Miniscalchi, col suo spirito ordinatore, che le fa schierare nei viali a destra e a sinistra di quello di mezzo, per far si che senza confusione possano poi seguire gli equipaggi reali.

Ed eccoci al sospirato arrivo.

La stazione provvisoria, difesa da un padiglione improvvisato, è ornata di piante fornite in parte dalle più belle palme delle serre di colà.

Un fischio lungo e acuto vibra per l’aria.

Sono le cinque e mezzo. È il treno reale che arriva!

Scoppia un formidabile applauso; la banda intona la marcia reale; ma questa si ode appena, coperta com’è da mille voci del popolo, inneggianti al Re.

Pure, esaminando bene la cosa, qui non si trattava che del naturale arrivo di un Sovrano che viene ad assistere alle manovre del suo esercito; ma i popoli del Chievo, e quelli della città, cui l’affetto per la Monarchia e per il loro Re non aveva in quel momento nessun limite, trasformarono quel fatto, tanto semplice, in un grande avvenimento politico, in una commovente festa monarchica.

Così che al fischio lontano di quella macchina che arrivava sbuffando, i cuori battevano forte forte come se si fosse trattato, o quasi, della prima entrata del vessillo italiano nel memorabile giorno del 16 ottobre 1866.

Perocchè gli affetti intensi e profondi profittano volentieri di ogni occasione per esplicarsi in tutta la potenza della propria energia; e poter dire alla persona amata:

— Noi ti adoriamo!

A tanto entusiasmo di cittadini, di contadini, e di popolo d’ogni specie, S. M. sorride piacevolmente sorpreso, e scende rapidamente dal treno.

Dopo le presentazioni d’obbligo, sale in carrozza, percorre al gran trotto il viale di mezzo; traversa, senza fermarsi, e corte e giardino, dirigendosi senz’altro verso i forti d’assedio.