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Pagina:Pavese - Romanzi Vol. 2, Einaudi, 1961.djvu/130

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vano paura peggio di noi. — Anche loro non vivono piú. Non è vivere. Lo sanno che verrà il momento.

— Siamo tutti in trincea.

Otino rideva. Lontano scoppiò una fucilata.

— Incominciano, — dissi.

Tendemmo l’orecchio. Ora il vento taceva e i cani abbaiavano. — Andiamo a casa, — dissi. Quella notte la passai rivoltolandomi, tremando ai pensieri. Lo scroscio del fieno mi pareva che riempisse la notte.

Di nuovo l’indomani studiai la barriera di colline che mi attendeva. Erano bianche e disseccate dal vento e dalla stagione, nitide sotto il cielo. Di nuovo mi chiesi se il terrore era giunto fino ai boschi, fin lassú. Salii la stradicciola, a comprare del pane in paese. La gente mi guardava dagli usci, sospettosa e curiosa. A qualcuno facevo un cenno di saluto. Dalla piazza in alto si vedevano altre colline, come banchi di nuvole rosa. Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto ciò che accadeva. La vita sarebbe un giorno ripresa, sicura e ferma com’era in quest’attimo. Da troppo tempo l’avevo dimenticato. Sangue e saccheggio non potevano durare in eterno. Stetti un pezzo con le spalle alla chiesa.

Ne uscí una ragazza. Si guardò intorno e discese la strada. Per un istante entrò anche lei nella speranza. Scendeva guardinga nel vento sui ciottoli scabri. Dalla mia parte non si volse.

Sulla piazzetta non vedevo anima viva, e i tetti bruni ammonticchiati, che fino a ieri m’eran parsi un nascondiglio sicuro, adesso mi parvero tane da cui si fa uscire la preda col fuoco. Il problema era soltanto di resistere alla fiamma finché un giorno fosse spenta. Bisognava resistere, per ritrovare la pace.

La sera vennero voci di un’azione nella vallata accanto, contro un paese di donne e di vecchi. Cosí giuravano. Difatti non s’era sentita nemmeno una fucilata: le stalle erano state saccheggiate, e i fienili incendiati. La gente, fuggita nei burroni, sentiva i suoi vitelli muggire e non poteva accorrere. Era stato sul tardo mattino, proprio nell’ora ch’io guardavo dalla chiesa.

Otino mieteva nei campi e sentí la notizia e continuò la mietitura.

— Tanto vale, — esclamai, — che mi riprovi a passare.


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