Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/207

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l’eroe italico 195

al rogo dell’eroe. E tra lo stridere delle cicale e lo sciusciuliare del mare, si levano con l’accento di chi domandi alcunchè, le voci di sufolo delle capinere ch’erano presso la sua finestra, quando morì.

Morì? Due squilli, due gridi: si scopron le tombe, e Garibaldi è avanti noi.



II.


È un giovane marinaio biondo, in una locanda di Taganrok, nel Mar Nero, che si stringe al cuore chi prima gli ha parlato di Giovane Italia. È un vecchio moribondo, tutto bianco, che viene, prima di morire, a sentir sonare i Vespri a Palermo. È un gaucho che par nato a cavallo, e cavalca per foreste vergini con una donna a lato e un suo bambino in un fazzoletto a tracolla; e scalda al seno e con l’alito quel piccino che ha il nome d’un martire. È un capo di legioni, sporco di polvere e rosso di sangue, acceso in viso per la battaglia ad moenia, che sale il Campidoglio e si presenta così al Senato. È un mandriano delle Pampe, che dorme all’ombra del suo cavallo accosciato, il quale sembra vegliare su lui; ed egli, intanto, sogna l’Italia lontana. È un buon agricoltore che pota le viti nel suo sassoso possesso di Caprera. È il guerriero, il cui gran cuore ondeggia qua e là nel petto, prima di partire per la guerra; e va solitario lungo la spiaggia del mare instancabile, e sta lunghe ore immobile e taciturno. È il dittatore che muove con un gesto tutte le anime d’un popolo, come il vento, con un soffio, tutte le foglie d’una foresta. È l’esule che fa candele a New-York, e non