Pagina:Pensieri e discorsi.djvu/211

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l’eroe italico 199

ora fissi alle stelle ora chini al punto a cui si traggono i pesi, prepara Galileo.

E Garibaldi? Garibaldi non solo comprende, ma purifica in sè ed emenda tutte le vostre passate glorie politiche e militari. Egli è un Mario senza crudeltà, un Cesare che combatte per la libertà e non per l’imperio, un Carmagnola o uno Sforza che vuol conciliare, anche quando li uccide, i fratelli; un Ferruccio che non solo sa morire ma sa anche vincere; un Ariosto che vive il suo mirabile poema; un Machiavello ingenuo e più profondo dell’antico, che trova alfine il suo Principe forte ma galantuomo!

Tra questi due nomi scegliereste, a seconda che il vostro orgoglio fosse offeso a proposito (per parlare il linguaggio scolastico di Dante, che m’avvince a sè) a proposito o della vita contemplativa o della vita attiva. Ma se all’Italia, in vostra presenza, si negassero i pregi di tutte e due codeste vite — ma usiamo la formula rinnovata da colui che diede all’eroe vinto e accogliente in sè il fremito giovanile di mille eroiche vite spente nei secoli, diede a Garibaldi vivo l’amplesso di Dante morto; la formula rinnovata da Giuseppe Mazzini — se si negasse all’Italia la gloria e la perfezione del Pensiero e dell’Azione, voi allora accoppiereste, saltando agevolmente su venti generazioni, i due grandi nomi: il pallido pensatore e il rosso guerriero, il poeta dell’oltremondo e l’eroe de’ due mondi, l’esule di Ravenna e il solitario di Caprera; che non hanno l’uno se non una penna e l’altro se non una spada, e fanno una grande vendetta cioè un’eterna rivendicazione: Dante e Garibaldi.