Pagina:Piccole storie del mondo grande - Alfredo Panzini - 1901.djvu/65

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leuma e lia 53

Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: - Ah! è lei, onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? - e si raccogliea, confusa, la capigliatura su la nuca.

- Benone! Ora scendo.

Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò allegramente: - Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; - ma così dicendo vide che Lia arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l'entusiasmo e il complimento in tuono più pacato di voce, Astese proseguì: - Lia.... Lia.... Lia....! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo qui tra i fiori. Senta, sposina, - e dopo alcun pensamento per ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che non avea parlando comunemente ed era uno de' suoi trionfi, e con largo gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda,
   Ch'io mi son Lia, e vo movendo intorno
   Le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi allo specchio qui m'adorno;
   Ma mia suora Rachel mai non si smaga
   Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.