Pagina:Piccolo Mondo Antico (Fogazzaro).djvu/171

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la sonata del chiaro di luna, ecc. 167

che ad ogni simile contrasto saliva saliva silenziosamente dietro le renitenze dello zio fino a sormontare, a coprir tutto con una larga onda di acquiescenza o almeno con la frase sacramentale «del resto, fate vobis.» A una sola novità lo zio non aveva voluto adattarsi; alla scomparsa del suo vecchio cuscino. «Luisa» diss’egli sollevando con due dita dal seggiolone il nuovo cuscino ricamato: «porta via.» E non ci fu verso di persuaderlo. «Et capì de portall via?» Quando Luisa sorridendo gli diede il vecchio materassino abortito, egli ci si sedette su con un sonoro «inscì!» come se riprendesse solennemente il possesso di un trono.

Adesso mentre l’ombra violacea invadeva il verde delle onde e correva lungo la costa, di paesello in paesello, spegnendo, una dopo l’altra, le bianche case lucenti, egli era appunto seduto sul suo trono e si teneva sulle ginocchia la piccola Maria, mentre Franco, sulla terrazza, annaffiava i vasi di pelargoni, pieno il cuore e il viso di contentezza affettuosa come se versasse da bere a Ismaele nel deserto; e Luisa stava sgrovigliando pazientemente una pesca di suo marito, un garbuglio pauroso di spago, di piombi, di seta e di ami. Ella discorreva in pari tempo col professore Gilardoni che aveva sempre qualche garbuglio filosofico da sgrovigliare e ci si metteva molto più volentieri con lei che con Franco, il quale lo contraddiceva sempre, a torto e a ragione, avendolo in concetto d’un ottimo cuore e d’una testa confusa. Lo zio, tenendo il ginocchio