Pagina:Piccolo Mondo Antico (Fogazzaro).djvu/445

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fantasmi 441

che dice ancora chi la ricorda. Ella stava lì malinconica e muta, non sospettando affatto d’esser il soggetto dei loro discorsi. Il Signore proteggeva la sua profonda, ingenua umiltà, non le lasciava penetrar negli orecchi le lodi della gente ma solo le strapazzate del consorte. I suoi grandi, compunti occhi neri si ravvivarono quando il signor Giacomo pronunciò un gran soffio finale, e i colleghi, lasciate le carte, si abbandonarono sulle spalliere delle rispettive seggiole a riposare alquanto, a ruminar il piacere del giuoco. Finalmente il suo signore si avvicinò al canapè, le fece segno di alzarsi. Per la prima volta in vita sua, forse, ella fu contenta di salire in barca, con grande meraviglia del Puria il quale dichiarò che sul lago, di notte, era un «fifone». È vero che a cento passi da Cressogno l’orrore del lago e delle tenebre la riprese. Pensò allora con invidia al curato del quale udiva la voce sopra il Tentiòn, fra gli ulivi. «Addio, fifone!» gridò Pasotti. Il «fifone» non udì. Egli e il Paolin discorrevano sottovoce ma con gran calore, commentando le parole della marchesa, del Prefetto, di Pasotti, cercando di frugar nel cuore della vecchia, disputando se vi fossero pietà e rimorsi. Il curato era per il sì, il Paolin per il no. Il Paolon precedeva con la lanterna mettendo continui, inintelligibili grugniti. Il Paolin andò poi mordendo tutto che fosse da mordere, la durezza della marchesa, la malignità di Pasotti, la dabbenaggine di sua moglie, la cortigianeria del Cima,