Pagina:Piccolo Mondo Antico (Fogazzaro).djvu/93

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la lettera del carlin 89

gegno del suo allievo; Franco invece stimava assai poco la filosofia mezzo cristiana mezzo razionalista del maestro, le sue tendenze mistiche; rideva della sua passione per i libri e le teorie d’orticoltura e giardinaggio, scompagnata da qualsiasi senso pratico. Lo aveva tuttavia molto caro per la sua bontà, per il suo candore, per il suo calor d’animo. N’era stato il confidente al tempo dell’infelice amore concepito dal Gilardoni per la signora Teresa Rigey e lo aveva poi ricambiato con le confidenze proprie. Il Gilardoni ne fu molto commosso; disse a Franco che avendo nel cuore quel tale culto gli sarebbe parso di diventar un poco suo padre anche se la signora Teresa non volesse saperne di lui. Franco non mostrò di apprezzare questa paternità metafisica; l’amore per la signora Rigey gli pareva un’aberrazione; ma insomma si confermò nell’idea che la testa del professore non valeva gran cosa e che il cuore era d’oro.

Bussò, dunque, all’uscio e venne ad aprirgli il professore in persona portando un lumicino a olio. «Bravo», diss’egli. «Credevo che non venisse più.»

Il Gilardoni era in veste da camera e pantofole, aveva in testa una specie di turbante bianco ed esalava un forte odore di canfora. Pareva un turco, un Gilardoni bey; ma la faccia magra e giallognola che sorrideva sotto il turbante nulla aveva di turchesco. Contornata d’una barbetta rossastra, fiorita pomposamente, nel mezzo, d’un bel nasone