Pagina:Piccolo Mondo Moderno (Fogazzaro).djvu/438

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416 capitolo settimo.

desse. Elisa desiderava don Giuseppe. Niente di nuovo. Era un desiderio, così; voleva dirgli qualche cosa, temeva forse di scordarsene. “Che bellezza di notte!„ soggiunse dolcemente la vecchia signora, uditi i gridii lontani delle pazze; e chiuse la finestra. Dopo aver veduto Piero ginocchioni al letto della sua figliuola in quell’atto di amore e di dolore, ella gli parlava come un forte a un debole, con una profonda vena di tenerezza, con la più delicata cura di non allarmarlo, di non affliggerlo. Gli disse di andar a chiamare don Giuseppe, di restare poi all’albergo, di dormire un paio d’ore, almeno.

“Fai chiamare il papà verso le sei„, diss’ella, “e guarda che col caffè gli portino un po’ di latte perchè c’è abituato„.

Piero le baciò la mano ch’ella ritirò, in fretta, per troncare, per tornarsene subito dalla figliuola. Le sarebbe caduto ginocchioni ai piedi perchè sentiva che la povera donna non sperava più, che la sua calma, la sua dolcezza, le sue vigili attenzioni erano un miracolo di volontà santa. Andò all’albergo e ritornò con don Giuseppe. Questi entrò dall’inferma; la marchesa e la suora vennero ad attendere nel salottino, con Piero, che il colloquio finisse. La suora cercava stentatamente qualche parola buona; la signora aveva preso bene questo,